#BERLINALE 76 12/22 febbraio 2026 SPECIALE #17 (DAY 6)

Da Marlene-Dietrich-Platz e dallo Zoo Palast il Focus del giorno

(dalla #Berlinale Luigi Noera con la straordinaria partecipazione di Carla Cucchiarelli e la gentile collaborazione di Marina Pavido, e Eleonora Ono della Redazione RdC – Le foto sono pubblicate per gentile concessione della #BERLINALE)

Nelle due sezioni principali un film delicato sulla terza età, ed un film ironico sui palestinesi a Berlino.

Panorama ci presenta gli effetti delle dittature in America Latina del secolo scorso e quella attuale in Russia

PANORAMA

Narciso di Marcelo Martinessi | con Diro Romero, Manuel Cuenca, Mona Martinez, Nahuel Perez Biscayart – Paraguay / D / Uruguay / Brasile / Portogallo / Spagna / F 2026 | WP

La trama: Paraguay, 1958. Il carismatico Narciso torna da Buenos Aires con il rock ‘n’ roll nelle vene. Sotto il soffocante regime militare, diventa una star della musica e un simbolo di libertà. Ma poi, dopo il suo ultimo spettacolo, viene trovato morto…

Recensione: Nell’incipit il Rocker and roller Narcisio si esibisce davanti al suo pubblico in delirio che lo incita – Ancora, ancora! – Siamo nella Asunción del 1959, mentre il regime di Alfredo Stroessner consolida silenziosamente il proprio potere, il rock ’n’ roll irrompe come promessa di modernità. Il film lavora su questo attrito: ritmo contro disciplina, corpo contro norma, visibilità contro censura.

La prima parte vibra di energia. La musica non è semplice colonna sonora, ma forza narrativa che scompagina spazi e gerarchie. Narciso, musicista carismatico, incarna questa frattura: giovane, sensuale, notturno. Il suo corpo diventa manifesto politico senza mai dichiararsi tale. È qui che il film colpisce con maggiore precisione, mostrando come il desiderio, quando si fa pubblico, diventi automaticamente minaccia.

Poi il ritmo cambia. La messa in scena si irrigidisce, gli spazi si chiudono, le parole “virtù” e “decenza” assumono un peso quasi fisico. La repressione non esplode: si sedimenta. È un processo lento, credibile, inquietante proprio perché graduale. La morale diventa strumento di controllo più efficace della violenza esplicita.

Tuttavia, nella sua costruzione simbolica, l’opera tende a semplificare: Narciso è talvolta più emblema che individuo. La dimensione allegorica prevale sulla complessità psicologica, e questo riduce l’impatto emotivo di alcune svolte narrative.

Resta un film compatto, politicamente lucido, capace di tradurre un passaggio storico in tensione sensoriale. Tra danza e sorveglianza, racconta il momento esatto in cui una generazione capisce che il futuro non è proibito — è controllato.

Panorama Dokumente

Un hiver russe (A Russian Winter) di Patric Chiha – F 2026 | WP

La trama: Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Margarita, Yuri e i loro amici vengono costretti all’esilio dalla Russia perché si rifiutano di sottomettersi al regime. Sospesi tra un Paese e l’altro, non hanno un posto dove tornare e non si sentono davvero benvenuti.

Recensione: la guerra in Ucraina vista da giovani russi scappati dal servizio di leva e dalla repressione del regime dittatoriale di Putin. Il doc ci presenta due giovani artisti che, dopo tanto peregrinare tra Turchia e Bielorussia e Paesi dove era possibile recarsi per scappare dalla guerra quando era ancora possibile, finalmente si ricongiungono in Francia che per il proprio senso di identità è stata sempre Terra elettiva per le affinità culturali sin dalla Russia zarista. Ma adesso hanno un nuovo zar che vorrebbe ricostituire la “Grande Russia”.

In realtà sia in America che in Russi si sogna un grande ritorno al passato provocando i disastri umanitari sotto gli occhi di tutti.

Per questi “rifugiati” speciali si tratta pur sempre di una diaspora che li vede lontani dalla patria, ma infelici nella terra che li accoglie, magari con qualche malumore.

Infatti all’indomani dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022 da parte della Russia, il film sceglie di concentrarsi non sul fronte, ma sulla frattura interiore di chi resta fuori dalla narrazione eroica o patriottica. Margarita, Yuri e il loro gruppo di amici non imbracciano armi: fuggono. Ed è proprio questa fuga a diventare il cuore politico dell’opera.

La scelta che li perseguita — servizio militare, carcere o esilio — non è presentata come un bivio drammatico nel senso tradizionale, ma come un lento svuotamento di possibilità. La regia con  una messa in scena sobria riflette lo stato emotivo dei protagonisti: sospesi, spaesati, privi di coordinate.

Il film colpisce per la sua capacità di raccontare l’esilio non come liberazione, ma come nuova forma di precarietà. All’estero, i personaggi non trovano accoglienza incondizionata né una chiara identità politica. Sono russi che rifiutano il regime, ma restano segnati dalla lingua, dalla cultura e dallo stigma. Questa ambiguità è uno degli aspetti più riusciti: l’opera non cerca assoluzioni facili né indulge in vittimismi.

Sul piano narrativo, però, la scelta di un tono costantemente dimesso rischia a tratti di appiattire il conflitto. La frammentarietà dell’esperienza migratoria è restituita con onestà, ma talvolta a scapito della tensione drammatica. Ciò che resta è un ritratto generazionale lucido e malinconico: giovani costretti a ridefinirsi in uno spazio che non sentono proprio, portatori di una colpa che non riconoscono come tale ma che li accompagna ovunque. Un’opera che parla di guerra senza mostrarla, e che trova nella dislocazione emotiva la sua immagine più potente.

Luigi Noera

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