Da Marlene-Dietrich-Platz e dallo Zoo Palast il Focus del giorno di Eleonora Ono
(dalla #Berlinale Luigi Noera con la straordinaria partecipazione di Carla Cucchiarelli e la gentile collaborazione di Marina Pavido, e Eleonora Ono della Redazione RdC – Le foto sono pubblicate per gentile concessione della #BERLINALE)
Al giro di boa, pillole dalle sezioni PERSPECTIVE, Forum e Generation
PERSPECTIVE
El Tren Fluvial (The River Train) di Lorenzo Ferro, Lucas A. Vignale | con Milo Barria, Rita Pauls, Mariano Barria, Fabián Casas, Lucrecia Pazos – Argentina 2026 | WP| opera prima
La trama: Milo, nove anni, cresce sotto la pressione di diventare un grande ballerino di Malambo e il figlio “perfetto”. Sogna di prendere in mano la sua vita e di sfuggire alle responsabilità di lavare i piatti, cucinare e praticare il Malambo di notte. Milo desidera un’altra vita. Fantastica di viaggiare in treno ed esplorare la città di Buenos Aires, che ha visto così tante volte al cinema e in televisione. Tuttavia, per staccarsi dalla famiglia e dalla campagna e realizzare i suoi grandi sogni, deve osare intraprendere un nuovo viaggio: un viaggio nella solitudine, tra avventure e piaceri sconosciuti della grande città.
Recensione: Il film racconta la storia di Milo, nove anni, che vive in un remoto villaggio dell’Argentina e si allena con disciplina come ballerino di malambo, danza tradizionale intensa e percussiva. Ma mentre i suoi piedi battono il ritmo della terra, il suo sguardo è rivolto altrove: sogna il treno, sogna Buenos Aires, sogna una città intravista solo attraverso lo schermo di un film. È il ritratto delicato di un’infanzia sospesa tra radici e desiderio di fuga.
L’opera si inserisce nel solco del cinema sudamericano contemporaneo, che spesso privilegia ritmi lenti, ambientazioni rurali e protagonisti infantili per raccontare fratture sociali e identitarie. In questa tradizione l’infanzia non è mai semplice innocenza, ma spazio di conflitto silenzioso tra appartenenza e desiderio di emancipazione. Milo diventa così figura emblematica di un’identità in costruzione, sospesa tra la terra che lo trattiene e l’altrove che lo chiama.
Colpisce la scelta narrativa di affidare a un bambino così piccolo un percorso tanto precoce verso la solitudine che non è imposta, ma quasi cercata, come passaggio necessario per affermare la propria identità. Per uscire dal suo mondo minuscolo, Milo deve prima attraversarlo interiormente, accettando il silenzio, la distanza, l’assenza. Crescere, qui, significa attraversare il vuoto senza esserne annientati.
Anche nel desiderio di fuga, il protagonista non recide mai davvero il legame con la propria terra.
Il malambo — danza profondamente radicata al suolo, fatta di percussioni e battiti che sembrano nascere dalla polvere — non è soltanto disciplina o tradizione, ma memoria incarnata.
Infatti, sogna di allontanarsi dal villaggio, ma porta con sé il malambo come segno identitario, quasi fosse un talismano. È una scelta narrativa lucida: non puoi sapere dove stai andando se non sai chi sei. Il viaggio, prima che geografico, è riconciliazione con le proprie origini.
La palette cromatica è volutamente opaca, dominata da sfumature spente e terrose. I colori non esplodono mai: sembrano trattenuti, come i desideri del protagonista. Questa scelta visiva rafforza il senso di isolamento e immobilità, trasformando il paesaggio in uno spazio mentale prima ancora che geografico.
Fondamentale è il simbolismo sonoro. In un’opera dove il silenzio pesa quanto le immagini, il suono diventa linguaggio interiore. Il rumore del treno — evocato o atteso — rappresenta la promessa del movimento, l’irruzione del mondo esterno in una realtà immobile. Il silenzio del villaggio, al contrario, amplifica la dimensione della solitudine, che assume i contorni di un rito di passaggio necessario all’evoluzione.
I tempi sono lenti, il ritmo basso e meditativo. La narrazione si concede pause prolungate, sguardi che sostituiscono le parole, sospensioni che chiedono allo spettatore di abitare l’attesa. Tuttavia, proprio questa lentezza prepara il terreno al momento finale: pochi minuti in cui il ritmo si innalza e si concentra tutta la tensione emotiva, facendo emergere con forza l’introspezione e il vuoto lasciato dalla famiglia che manca.
Il rullo procede a passo di lumaca, ma lascia impronte profonde. È un cinema che non cerca l’immediatezza né il colpo di scena, ma sedimenta nel tempo, affidandosi alla contemplazione e alla pazienza. Un’opera intima e coerente, che parla di crescita e distacco con rara delicatezza, e che trova nella sua ostinata lentezza la propria verità più autentica.
FORUM
Flying Tigers di Madhusree Dutta | con Madhusree Dutta, Mi You, Purav Goswami – D / India 2026 | WP | DOC
La trama: Spinta dalla strana evocazione delle tigri che invadevano le loro case da parte della madre affetta da Alzheimer, la regista Madhusree Dutta si reca in Assam, in India. Qui apprende dell’esistenza delle Tigri Volanti: aerei statunitensi che trasportavano rifornimenti militari durante la Seconda Guerra Mondiale attraverso le pericolose montagne dell’Himalaya, dall’Assam a Kunming, in Cina. Inizia così un saggio di docufiction che attraversa decenni e viaggia in giro per il mondo, sull’esperienza su scala umana di monumentali fenomeni logistici, con piccole storie che si dispiegano nelle silenziose ombre della Storia scritta in grande. Collaborando con la teorica dei media Mi You, nata a Kunming, e il ricercatore Purav Goswami, residente in Assam, Dutta contrappone l’attuale flusso internazionale di merci alle crescenti restrizioni alla circolazione delle persone attraverso i confini. Il suo film rivela come le realtà vissute dalle popolazioni di frontiera siano sempre state fluide e malleabili, rifiutando l’omogeneità richiesta dall’immaginazione politica cartografica. Dutta adotta opportunamente una forma eterogenea e fuori dagli schemi, mescolando interviste, materiale d’archivio, performance, animazioni e numeri musicali per creare un’opera personale e di ampio respiro, intima e colossale al tempo stesso.
Recensione: Ci sono film che raccontano una storia, e altri che cercano di salvarla. Questo lavoro appartiene alla seconda categoria: un’opera che nasce da una perdita – quella della memoria, erosa dall’Alzheimer – e si trasforma in un viaggio tra geografie lontane, epoche sovrapposte e memorie femminili rimaste in sospeso.
Una figlia indaga nei ricordi smarriti della madre, inseguendo un enigma pronunciato negli ultimi anni di malattia: «Stanno arrivando le tigri! Chiudi le finestre!». Parole considerate deliranti, ma che diventano la chiave per riaprire un passato sepolto. Il film si muove tra documentario e finzione, intrecciando la fragile memoria individuale con la grande Storia: le tigri dell’Assam, disturbate dalla monumentale operazione militare statunitense che durante la Seconda Guerra Mondiale collegava l’India alla Cina sorvolando l’Himalaya.
Il titolo richiama le “Tigri Volanti”, nome appartenente alla storia militare, ma qui il termine assume una dimensione poetica e perturbante. Non è solo un riferimento bellico: è l’immagine di qualcosa che irrompe, che rompe l’ordine domestico, che costringe a chiudere le finestre – metaforicamente e letteralmente. L’infanzia della madre, apparentemente quieta, si rivela attraversata da una trasformazione radicale del paesaggio naturale e sociale.
Il cuore del film è la memoria delle donne: una memoria che non procede in linea retta, che confonde cronologia e prospettiva, che mescola paura ed eccitazione. Attraverso il confronto con i fratelli della madre emergono due flussi paralleli: da un lato l’emozione selvaggia di assistere a qualcosa di straordinario, dall’altro l’apprensione familiare per l’improvviso mutamento della demografia e della struttura sociale. “Le tigri stanno arrivando” diventa l’eco dell’avventura; “Chiudi le finestre” è il monito patriarcale, il tentativo di proteggere e contenere.
Il progetto è insieme storico e profondamente personale. L’autrice, che nei lavori precedenti aveva indagato culture urbane, narrazioni femministe e identità postcoloniali, qui si espone in prima persona. Non si era mai messa in scena prima: non era nel suo stile. Ma in questo film si sente spinta a diventare protagonista. È un film di sua madre per lei. La ricerca sull’infanzia materna diventa così una sintesi esistenziale, il punto più alto e intimo della sua traiettoria artistica.
Anche le esperienze maturate in contesti multiculturali e in regioni complesse e postindustriali come la Renania Settentrionale-Vestfalia sembrano sedimentarsi nel racconto: la sensibilità per le terre di confine, per le identità stratificate, per le memorie che si trasformano sotto pressioni economiche e politiche, riaffiora in filigrana. Persino lo “sfiorare la mortalità” si insinua nella narrazione, colorandola di una consapevolezza dolceamara.
Dal punto di vista formale, l’opera è toccante, delicata e colma di colori vibranti che sprigionano energia. La fotografia alterna intimità e vastità, e alcune riprese con angolazione dal basso verso l’alto segnano con forza la particolarità della pellicola, conferendo ai frame una tensione quasi epica, come se lo sguardo cercasse di restituire la grandezza sproporzionata degli eventi vissuti da una bambina.
Fondamentale è la musica, che accompagna il racconto con sensibilità e misura, sottolineando i passaggi emotivi senza mai sovrastarli. La colonna sonora diventa un filo invisibile tra passato e presente, tra memoria individuale e memoria collettiva.
In definitiva, questo film non risolve soltanto l’enigma delle tigri. Interroga il modo in cui i ricordi sopravvivono, cambiano forma, restano latenti e riemergono. E soprattutto mostra come, anche quando la memoria si sgretola, la verità emotiva continui a pulsare sotto la superficie. È un atto d’amore, un gesto di restituzione, e una riflessione potente sulla fragilità e sulla forza della memoria femminile. È un film che non “ricostruisce” il passato: lo attraversa. E nel farlo, suggerisce che anche nella disgregazione della memoria resta una verità emotiva irriducibile.
Non si limita a parlare della fragilità dei ricordi. La mette in scena.
Lust di Ralitza Petrova | con Snejanka Mihaylova, Nikola Mutafov, Mihail Milchev, Alexis Atmadjov – Bulgaria / DK/ Svezia 2026 | WP
La trama: Nella sua vita lavorativa come psicologa carceraria, Lilian ha a che fare con criminali che hanno vissuto molte esperienze. Lei stessa è altrettanto piena di segreti, a quanto pare, una donna fortemente guidata dalla sua percezione e dal suo intelletto, mentre tiene a distanza gli altri e le loro emozioni. Una donna che non parla molto e tuttavia agisce con decisione, di solito in trench, completamente immobile. Quando il padre, da cui era separata, muore, torna a casa in Bulgaria; nell’appartamento che le ha lasciato insieme ai suoi debiti, incontra un serpente incredibile e la sua stessa estrema lussuria, a lungo tenuta a freno da un patto di celibato. I nodi e i legami si sciolgono durante l’atto dello shibari, e la liberazione ha inizio. Incredibilmente preciso in termini cinematografici, psicologici e narrativi, questo secondo lungometraggio ostinato, realizzato dalla vincitrice del Pardo d’Oro Ralitza Petrova (Godless), è sottile e formalmente rigoroso nel giocare con generi, corpi e psiche. Tratto dal personaggio insondabile di Lilian, interpretato dalla straordinaria Snejanka Mihaylova, Lust è una ricerca di gioia astratta e contiene una suspense infinita.
Recensione: presentato nella 76esima edizione del Festival di Berlino, sezione Forum, è un’opera di una rarità incredibile: dove lo psicodramma, insieme al mistero e quel rito di trasformazione, convive senza mai stabilizzarsi in un genere riconoscibile.
È un cinema che non spiega: espone. Non consola: scava.
Al centro, Lilian — agente di libertà vigilata, figura di controllo e contenimento — diventa l’asse attorno a cui ruota una tensione costante tra autorità e resa, tra disciplina istituzionale e vulnerabilità carnale. La sua postura rigida, quasi clinica, è la prima maschera che il film lentamente disgrega.
Il ritorno nella città d’origine per occuparsi della morte di un padre assente non è un semplice snodo narrativo, ma un detonatore simbolico. L’evento luttuoso non produce catarsi: produce frattura. La protagonista attraversa spazi neutri — uffici impersonali, camere d’albergo, interni domestici sospesi — che diventano estensioni della sua psiche trattenuta.
La regista definisce questo movimento “una discesa quasi junghiana in uno spazio interiore dove realtà, memoria e finzione si contaminano fino a generare un varco.” Non si tratta di un viaggio verso la verità, ma verso l’attraversamento della sofferenza. Il padre, più che personaggio, è un’eco che plasma il vuoto.
Il cuore teorico ed emotivo della pellicola risiede nella relazione tra Lilian e un rigger di Shibari — pratica giapponese di bondage che qui assume valore rituale. La sospensione del corpo, la costrizione delle corde, la tensione muscolare diventano linguaggio simbolico: il controllo si rovescia in resa, la rigidità in vulnerabilità.
La carne, esposta, diventa superficie su cui il trauma si inscrive, ma anche soglia di trasformazione.
LUST interroga il corpo come spazio politico e spirituale: ciò che è legato non è solo il corpo della protagonista, ma la sua memoria affettiva. E nella sospensione emerge un paradosso: solo attraverso la costrizione si apre la possibilità di libertà.
La regia privilegia un’estetica asciutta: luce naturale, tempi dilatati, inquadrature che insistono fino a diventare esperienza fisica. L’interno borghese — tappeto persiano, divano in velluto — è improvvisamente attraversato da un lungo pitone. L’immagine, insieme perturbante e poetica, incrina la rassicurante normalità dello spazio domestico: il trauma non irrompe dall’esterno, striscia sotto la superficie.
La macchina da presa resta confinata, non offre fuga. Osserva e sorveglia. In questa clausura visiva si amplifica la presenza dell’assente: il padre. Fantasma non rappresentato ma costantemente evocato, peso invisibile che condiziona ogni gesto.
LUST pone il focus anche sulla dipendenza dal controllo. La citazione del medico Gabor Maté — “Non chiedetevi perché questa dipendenza, chiedetevi perché questo dolore” — diventa chiave interpretativa: l’ossessione per l’ordine è sintomo, non causa. La vera materia narrativa è il dolore non elaborato, la ferita che si trasmette silenziosamente.
La struttura non procede per sviluppo lineare, ma per immagini-haiku: visioni brevi, isolate, che si sedimentano come frammenti di sogno.
L’opera cinematografica non chiede di essere compresa ma attraversata. Come una ferita che, aprendosi, non si limita a sanguinare — ma illumina.
Generation Kplus
Entotsumachi no Poupelle – Yakusoku no Tokeidai (Chimney Town: Frozen in Time) di Hirota Yusuke | con Nagase Yuzuna, Megumi, Kubota Masataka – Giappone 2026 | WP | Animazione
La trama: Un ragazzino di nome Lubicchi è addolorato per la perdita della sua migliore amica, Poupelle. Poi, accidentalmente, si ritrova in un regno misterioso che governa il tempo. In questo mondo, qualsiasi orologio che si ferma viene immediatamente scartato. Ma una strana torre rimane in piedi nonostante il suo orologio sia bloccato alle 11:59. Lubicchi scopre che l’unico modo per tornare nel suo mondo è riavviare questo orologio fermo. Insieme al suo compagno, Fluff, inizia a svelare il mistero della torre dell’orologio. Durante il suo viaggio, incontra Gus, un uomo che ha mantenuto la fede e ha atteso per cento anni, e Nagi, uno spirito degli alberi che un tempo ha assunto forma umana. Quando Lubicchi ritrova finalmente il coraggio di credere, la notte di Halloween avviene un miracolo.
Recensione: Chimney Town: Frozen in Time racconta la storia di Lubicchi, un ragazzino segnato dal dolore per la perdita del suo migliore amico, Poupelle. Smarrito e sopraffatto dalla tristezza, Lubicchi si ritrova in un regno misterioso governato dal tempo, un luogo in cui ogni orologio che smette di ticchettare viene immediatamente scartato, come se non avesse più valore. Eppure, al centro di questo mondo sospeso, svetta una strana torre il cui orologio è fermo alle 11:59, congelato in un eterno istante prima della mezzanotte.
Lubicchi scopre che l’unico modo per tornare nel suo mondo è riavviare quell’orologio immobile. Insieme al fedele compagno Fluff, inizia così un viaggio alla scoperta del mistero della torre. Lungo il cammino incontra Gus, un uomo che ha custodito la fede e l’attesa per cento anni, e Nagi, uno spirito degli alberi che un tempo aveva assunto forma umana. Attraverso questi incontri, il protagonista affronta le proprie paure e, soprattutto, ritrova il coraggio di credere. Attraverso questo viaggio, emerge con forza anche la tematica della fede come guida per ritrovare la strada di casa. Non si tratta solo di un ritorno fisico al proprio mondo, ma di un cammino interiore: Lubicchi deve imparare a credere di nuovo, in sé stesso, negli altri e in qualcosa di più grande del suo dolore. Solo riscoprendo questa fiducia riesce a rimettere in moto ciò che sembrava irrimediabilmente fermo. La fede diventa così una bussola silenziosa, capace di orientarlo nel buio e di condurlo verso la luce.
Ed è proprio nella notte di Halloween che accade il miracolo, suggellando un percorso di crescita interiore profondo e toccante.
L’animazione pone al centro un tema di grande attualità: l’importanza del tempo e dell’amicizia. In un’epoca in cui la vita è sempre più frenetica e il tempo sembra scivolarci tra le mani, l’opera invita a riflettere sul suo valore e su quanto sia facile sprecarlo o darlo per scontato. Allo stesso modo, sottolinea quanto l’amicizia sia una forza capace di sostenere nei momenti di dolore e di smarrimento, diventando un punto di riferimento indispensabile per ritrovare sé stessi. È significativo che un’animazione giapponese scelga di soffermarsi su queste tematiche, trasformandole in potenti metafore visive ed emotive.
Tempo e amicizia diventano così due fili conduttori intrecciati: il tempo che può fermarsi, essere sprecato o recuperato, e l’amicizia che invece sostiene, salva e dà senso al tempo vissuto.
Altro elemento fondamentale è il concetto di unione. Sebbene inizialmente tra i personaggi aleggi un’atmosfera di diffidenza, questa si rivela solo una fase transitoria: con il tempo, la fiducia e la collaborazione diventano strumenti indispensabili per superare le difficoltà. Il legame che si crea tra loro dimostra come nessuno possa affrontare il dolore completamente da solo.
Inoltre, anche se la perdita di Poupelle è un evento orrendo per Lubicchi, capace di lasciare in lui un vuoto apparentemente incolmabile, il ragazzo non resta completamente solo nel suo dolore. Accanto a sé trova una figura fedele e preziosa come Fluff: una presenza nobile e piacevole che lo sostiene nel momento più buio. Certamente nessuno può sostituire Poupelle, perché ogni legame è unico e irripetibile, ma l’affetto sincero di Fluff dimostra che, anche dopo una perdita devastante, è possibile aprirsi a nuove forme di compagnia e conforto.
La colonna sonora merita una menzione speciale: accompagna la narrazione con intensità, sottolineando i momenti più drammatici — come l’esplosione dei luoghi abitativi — e sostenendo emotivamente lo spettatore nei passaggi più complessi. La musica diventa così una voce silenziosa che amplifica sentimenti e tensioni.
Particolarmente riuscita è anche la rappresentazione della figura femminile, descritta in modo dignitoso, forte e coraggioso, lontano da stereotipi superficiali. Allo stesso modo, è fondamentale la presenza del gatto al fianco di Lubicchi: un compagno fedele che rende sopportabile il peso della tristezza e testimonia quanto sia importante avere accanto qualcuno nei momenti più bui.
Chimney Town: Frozen in Time è un’animazione drammatica ma al tempo stesso luminosa, capace di unire malinconia e speranza. Un racconto che parla di perdita, fede e rinascita, ricorda che anche quando il tempo sembra essersi fermato, esiste sempre la possibilità di farlo ripartire.
Eleonora Ono