#BERLINALE 76 12/22 febbraio 2026 SPECIALE #10 (DAY 3)

Da Marlene-Dietrich-Platz e lo Zoo Palast il Focus del giorno

(dalla #Berlinale Luigi Noera con la straordinaria partecipazione di Carla Cucchiarelli e la gentile collaborazione di Marina Pavido, e Eleonora Ono della Redazione RdC – Le foto sono pubblicate per gentile concessione della #BERLINALE)

A Panorama  prove autoriali tra la diversità delle culture europea e africana da una parte e le difficoltà economiche degli emigranti dall’altro

PANORAMA

Enjoy Your Stay di Dominik Locher, Honeylyn Joy Alipio | con Mercedes Cabral, Alexis Manenti, Anna Luna, Hasmine Killip – Svizzera/ F / Filippine 2026 | WP

La Trama:  Per evitare di perdere la custodia della figlia di sei anni a Manila, Luz, una donna delle pulizie filippina senza documenti che lavora in una lussuosa località sciistica svizzera, deve guadagnare soldi a tutti i costi, anche se ciò significa trasgredire i propri limiti morali.

Recensione:  l’incipit mostra una scena di traffico illegale di clandestini in un gioco con i soldi facili.! Ma sarà vero? La realtà e che ti prendono il passaporto e si concretizza un debito.

Tra i paesaggi innevati di Verbier, il regista costruisce un contrasto visivo e morale netto: il lusso scintillante degli chalet e l’invisibilità di chi li rende abitabili. Luz, migrante filippina senza documenti, vive e lavora in questo scarto. La Svizzera che il film mostra non è quella da cartolina, ma un sistema impeccabile che funziona anche grazie a chi resta nell’ombra.

La regia insiste su questa dicotomia: spazi ampi, vetrate, panorami alpini da un lato; stanze di servizio anguste e alloggi temporanei dall’altro. Luz e le altre donne — tra cui l’amica Aileen — si muovono in silenzio, consapevoli che ogni rumore può significare controllo, espulsione, fine di tutto. Thibault, il datore di lavoro, incarna uno sfruttamento sorridente, formalmente cortese ma strutturalmente spietato. Non ha bisogno di alzare la voce: la precarietà delle lavoratrici parla per lui.

L’elemento più originale arriva con il reality show filippino. L’irruzione mediatica, in cui l’ex marito di Luz espone la figlia Sofia davanti alle telecamere chiedendone l’affidamento esclusivo, sposta il conflitto su un piano transnazionale. La maternità diventa spettacolo, pressione pubblica, ricatto emotivo. Luz promette di tornare per il compleanno della bambina, ma la promessa si scontra con la matematica brutale dei debiti.

È qui che il film si fa più serrato. La corsa contro il tempo costringe Luz a cercare denaro extra, incrinando la solidarietà tra le donne e mettendo in crisi il fragile equilibrio della comunità migrante. La scelta morale non è mai astratta: è concreta, urgente, dolorosa. Tradire o perdere la figlia. Restare leale o sopravvivere.

Ma la forza del film sta altrove: nella tensione costante tra responsabilità materna e sopravvivenza economica, tra neve immacolata e lavoro invisibile.

Enjoy Your Stay è un’opera tesa e politicamente consapevole, che mostra come la migrazione contemporanea non sia solo spostamento geografico, ma continua negoziazione tra amore, denaro e dignità.

Paradise di Jérémy Comte | con Joey Boivin Desmeules, Daniel Atsu Hukporti, Evelyne de la Chenelière – Canada / F / Ghana 2026| WP | opera prima

La trama:  L’enigmatico capitano di una nave cargo in fiamme lega i destini di due famiglie: una nella vivace città ghanese di Accra, l’altra in una tranquilla cittadina canadese.

Recensione: l’incipit con una voce in sottofondo prepara ad una tragedia in mare!

Tra le coste del Ghana e le periferie innevate del Quebec, Paradise costruisce un doppio racconto che si specchia a distanza. Due adolescenti, Kojo e Tony, separati da un oceano ma uniti da un’assenza: quella paterna. Il film intreccia le loro traiettorie senza forzare connessioni artificiali, lasciando che sia il tema della mancanza a fare da ponte invisibile.

Ad Accra, Kojo è diviso tra la vitalità anarchica della strada e l’eredità morale del padre pescatore. La tempesta che lo inghiotte non è solo un evento narrativo, ma una frattura simbolica: con la scomparsa del padre, il mare smette di essere promessa e diventa vuoto. L’ingresso di Kojo nel mondo delle bande è raccontato senza spettacolarizzazione. La sua ascesa è rapida, quasi meccanica, ma il film insiste sullo scarto tra potere esteriore e aridità interiore. Il successo non sostituisce l’orientamento perduto.

In Quebec, Tony vive un’inquietudine diversa ma parallela. Ribelle e vulnerabile, osserva la madre Chantal con una miscela di sospetto e bisogno. La scoperta della relazione a distanza con un capitano di nave mercantile apre uno spiraglio: e se quell’uomo fosse il padre assente? Qui il film lavora sul registro dell’attesa, dello sguardo trattenuto, della speranza che non osa dichiararsi.

La regia alterna i due paesaggi con sensibilità visiva: il calore polveroso di Accra contro la luce fredda e rarefatta del Nord americano. Non è solo un contrasto geografico, ma emotivo. Entrambi i ragazzi cercano una figura che li ancora al mondo; entrambi devono confrontarsi con l’idea che la paternità possa essere più mito che presenza.

La sincerità degli interpreti e la delicatezza dello sguardo evitano la retorica.

Paradise è una storia di distanza e mancanza affettiva: racconta come l’assenza possa plasmare identità e desideri, e come, anche a migliaia di chilometri di distanza, il bisogno di identità ha lo stesso ritmo silenzioso.

Luigi Noera

Lascia un commento

Top