#BERLINALE 76 12/22 febbraio 2026 SPECIALE #7 (DAY 2)

Da Marlene-Dietrich-Platz il Focus del giorno

(dalla #Berlinale Luigi Noera con la straordinaria partecipazione di Carla Cucchiarelli e la gentile collaborazione di Marina Pavido, e Eleonora Ono della Redazione RdC – Le foto sono pubblicate per gentile concessione della #BERLINALE)

Due storie al femminile irrompono sulla scena berlinese: “In a Whisper” e “I Understand Your Displeasure”

CONCORSO

À voix basse (In a Whisper) di Leyla Bouzid  | con  Eya Bouteraa, Hiam Abbass, Marion Barbeau, Feriel Chamari – F / Tunisia 2026 | WP

La trama: Lilia torna in Tunisia per il funerale dello zio e si riunisce a una famiglia che non sa nulla della sua vita a Parigi, soprattutto della sua vita amorosa. Determinata ad affrontare i segreti della sua famiglia, Lilia si propone di svelare il mistero della morte improvvisa dello zio..

Recensione: Nel ritorno in Tunisia di Leyla Bouzid si costruisce il  dramma familiare della pellicola. Ambientato nella città costiera di Sousse, il film concentra l’azione nei sei giorni di lutto per lo zio Daly, trasformando il rituale funebre in un non luogo dove affetti, segreti e convenzioni sociali si scontrano senza mai esplodere apertamente.

Lilia è il baricentro emotivo dell’opera: sospesa tra la Francia, dove vive apertamente la relazione con Alice, e la Tunisia, dove l’omosessualità è ancora un crimine, incarna una frattura non solo geografica ma morale. Il rapporto con la madre Wahida — interpretata con maestria da Hiam Abbass — è il cuore pulsante del film.

Il mistero sulla morte dello zii Daly, trovato nudo e archiviato dagli inquirenti come decesso naturale, introduce una linea quasi investigativa che amplia il discorso sull’identità nascosta. Lilia comprende di non essere la prima a vivere una doppia vita, e la casa di famiglia diventa una potente metafora visiva della memoria repressa. Particolarmente riuscito l’uso dei ricordi.

Anche Alice la sua compagna non è un semplice contrappunto occidentale. Le tensioni sulla rivelazione della verità sono bilanciate da momenti di intimità .

Se un limite emerge, è nella coerenza quasi programmatica della metafora: l’architettura simbolica è così controllata da risultare talvolta prevedibile. Eppure, la forza delle interpretazioni e la lucidità dello sguardo registico compensano questa lieve rigidità.

Un film che non alza la voce, non cerca scandalo, non offre soluzioni semplici — e proprio per questo lascia un segno persistente, come un segreto che continua a vibrare sotto la superficie.

PANORAMA

Ich verstehe Ihren Unmut (I Understand Your Displeasure) di Kilian Armando Friedrich | con Sabine Thalau, Nada Kosturin, Werner Posselt, Sadibou Diabang, Nigyar Velagich – D 2026 | WP

La trama:  Heike, responsabile del servizio clienti di un’impresa di pulizie con carenza di personale, deve garantire più ore di lavoro e più fatturato a un subappaltatore dopo essere stata sorpresa a cercare di sottrarre un dipendente alla sua azienda.

Recensione:  Heike ha 59 anni e vive in una zona grigia come  responsabile del servizio clienti in un’impresa di pulizie, anello di congiunzione tra direzione, clienti e lavoratori. Il film costruisce attorno a questa posizione intermedia un dramma che osserva le dinamiche del lavoro a basso salario.

Il conflitto nasce da una scelta apparentemente marginale: Heike tenta di regolarizzare un lavoratore “invisibile”, sottraendolo a un subappaltatore che prospera sull’irregolarità. È un gesto ambiguo — insieme etico e opportunistico — che scatena una ritorsione. Heike è una donna stanca, stretta tra la solidarietà verso i dipendenti e la pressione sistemica di un settore fondato sulla compressione dei costi La regia sottolinea questa logica con ambienti spogli, uffici impersonali, corridoi illuminati al neon che sembrano prolungare l’idea di un sistema senza calore.

Punto di forza è il rapporto con Taja, la cui amicizia rende il licenziamento potenziale non solo una questione economica ma affettiva. Qui il film tocca il suo punto più doloroso: quando il mercato entra nei legami personali, non lascia intatto nulla.

Se c’è un limite, è nella prevedibilità di alcune dinamiche industriali: il subappaltatore resta figura quasi astratta, incarnazione del sistema più che personaggio complesso.

Un’opera sobria e tesa, che racconta il lavoro contemporaneo senza retorica sociale, mostrando come la vera violenza non sia sempre plateale: a volte coincide con una firma su un modulo di licenziamento.

Luigi Noera

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