#ROMEFILMFEST 20 – 15/26.10.2025 SPECIALE #8 (DAY 4)

Il FOCUS di Gaia Serena Simionati: Rubini presenta a FreeStyle  La Camera di Consiglio

(da Roma Luigi Noera, con la gentile collaborazione di Eleonora Ono e l’apporto di Gaia Serena Simionati – le foto sono pubblicate per gentile concessione di #ROMEFILMFEST)

Ancor più alla luce dei fatti sconvolgenti accaduti nell’attentato intimidatorio e dinamitardo al giornalista Sigfrido Ranucci di Report, sorprende non solo per il timing, alla Festa del Cinema di Roma, La camera di consiglio, presentato in anteprima, Fuori Concorso nella sezione Freestyle.

Girato interamente in interni, La camera di consiglio adotta un’impostazione scenica teatrale, che restituisce la tensione e l’isolamento di quei giorni.

L’opera si distingue inoltre per l’utilizzo dei materiali di repertorio proposti in bianco e nero, che all’inizio scorporano le vicende storiche dal racconto filmico, capaci di collocare le vicende dei giurati dentro un quadro più ampio.

Non semplicemente un film “sulla mafia”, ma un’opera che riflette sul concetto di legge e giustizia. Illumina le coscienze sull’esperienza umana e civile di chi decise il destino di centinaia di imputati, in una delle prove più alte e drammatiche della democrazia italiana.

Come nasce l’idea chiediamo alla regista:

Infascelli risponde che è partita dal presupposto che nessuno conosceva cos’è una camera di consiglio.

Volevo esplorare questa idea. Spero possa anche aiutare le persone a ricordare che è stato il primo il processo per mafia che asseriva finalmente che la mafia esiste!

10 febbraio 1986.

Questa data rappresenta un momento di svolta giudiziaria e civile che ha cambiato per sempre la storia del nostro Paese.

Siamo nell’atto finale del Maxi Processo di Palermo, il più grande e lungo procedimento penale della storia giudiziaria italiana. In questa occasione otto giurati, quattro donne e quattro uomini, vengono chiusi in una camera di consiglio per trentasei giorni.

Il loro compito è quello di stabilire le condanne o le assoluzioni per ben 470 imputati implicati per mafia. Ed è la prima volta nella storia che lo stato riconosce il problema e aiuta con fondi, bunker, scorte a risolverlo.

Alfonso Giordano (Palermo, 22 dicembre 1928 – Palermo, 12 luglio 2021) è stato un magistrato, giurista e politico italiano. Fu colui che presiedette la camera. Rubini racconta che Alfonso Giordano ha avuto il coraggio di presiedere la corte, mentre molti altri avevano rifiutato. Non si trovava nessuno.

Con la sua temperanza e umanità ha portato a buon fine l’operazione portando a casa un risultato che non era scontato. Era importante raccontare la visione del mondo, la loro umanità di uomini normali. Innanzitutto leggendo tra gli eroi greci che tutti gli eroi aveva paura Achille incluso.

Di questo parla il nuovo interessante e utile film di Fiorella Infascelli, con protagonisti Sergio Rubini e Massimo Popolizio, accanto a un cast corale, ben integrato in spazi claustrofobici.

Si scandaglia, si indaga e racconta la camera di consiglio, fatta da uomini valorosi con le loro storie, remore, rinunce, paure. Ma soprattutto con il loro coraggio. Cosa rara, specie oggigiorno.

In tal senso il film insegna e lo fa anche attraverso l’interessante, adamantino carattere di Alfonso Giordano, perfetto Sergio Rubini, scelto di sicuro non per la somiglianza.

Lo fa scandagliando il giudice dalla moralità integerrima, il carattere spigoloso, ma autentico. E poi l’uomo che fa Yoga, medita, non transige ed ha una mente creativa, abbastanza atipica per un magistrato, specie venendo dal civile.

Molti all’interno del film i riferimenti al cinema che insegna. Attraverso le pellicole di Frank Capra il magistrato impara a suonare l’armonica e decidere di farlo.

Con la stessa forza, attraverso questo film si può insegnare al pubblico anche la liceità, il rigore morale e l’onestà, passando attraverso l’esempio enorme di sacrificio di questi valorosi 8 uomini, donne e giudici.

In “camera di consiglio” traspira un messaggio forte. Dato il delicato e castrato infelice momento del giornalismo indipendente, il cinema può assumere un indelebile potere e ruolo taumaturgico, oltre che di denuncia.

Sinossi: Ben 36 giorni blindati in un appartamento-bunker nel carcere dell’Ucciardone, dovettero decidere condanne e assoluzioni per 470 imputati. Vivono insieme, reclusi, in un piccolo spazio. Non possono comunicare con l’esterno: niente televisione, nessun telefono, nessuna radio. Il silenzio è assoluto. Fanno molte rinunce. Hanno paura, ma scelgono di cedere l’interesse personale al pubblico, in un atto eroico di grande senso civico. Celebrato alla fine degli anni ’80 esso rappresenta una delle pagine più decisive della storia della Repubblica. Per la prima volta lo Stato riuscì a infliggere una condanna collettiva a Cosa Nostra, riconoscendo l’esistenza dell’organizzazione mafiosa come struttura unitaria.

Un racconto corale con al centro il Presidente della giuria (Sergio Rubini) e il Giudice a latere (Massimo Popolizio). Essi sono affiancati da Betti Pedrazzi, Roberta Rigano, Anna Della Rosa, Stefania Blandeburgo, Rosario Lisma e con Claudio Bigagli.

Infascelli e Mimmo Rafele firmano la sceneggiatura con la collaborazione di Francesco La Licata. Sviluppata anche grazie alla consulenza di Pietro Grasso, giudice a latere del Maxiprocesso.

Così, tra paure e scambi inaspettati, la camera di consiglio diventa il teatro di un confronto umano unico. Realizzando di fatto, un’operazione giudiziaria mastodontica, a suo modo straordinaria, per la durata, l’intensità e la complessità.

Gaia Serena Simionati

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