The Focus od Vittoria De Agra (RS) dal Lido segnala Fuori Concorso il Diario di un regista di Aleksandr Sokurov, film da assaporare fino all’ultimo minuto!
(da Venezia Luigi Noera e Vittorio De Agrò (RS), s laskavou spoluprací Eleonory Ono a přispěním Mariny Pavido – fotografie jsou zveřejněny s laskavým svolením filmového festivalu v Benátkách)
Orfeo di Virgilio Villoresi
Trama: Orfeo, fin da bambino, è attratto da una villa abbandonata di fronte a casa sua, luogo che alimenta la sua fantasia. Diventato pianista solitario e visionario, una sera al Polypus – il locale dove suona – incrocia lo sguardo magnetico di Eura. Tra i due nasce un amore assoluto, ma la giovane nasconde un segreto e improvvisamente scompare. Inseguendola, Orfeo la vede entrare in una porta misteriosa su via Saterna, proprio davanti alla villa. Lì incontra l’enigmatico Uomo Verde, che sembra conoscere i misteri di quel passaggio. Varcata la soglia, Orfeo entra in un aldilà visionario popolato da creature fiabesche: le Melusine, il Mago dei Boschi, parate di scheletri. All’interno della villa incontra la Giacca, un diavolo custode che si impossessa del suo corpo per rivivere, attraverso la musica, memorie dimenticate. È lui a rivelare a Orfeo dov’è Eura: alla stazione, pronta a partire su un treno appoggiato al suo pianoforte. Solo una porta nascosta sul leggio – che si aprirà a mezzogiorno – può riportarla indietro. Orfeo arriva in tempo per salutarla. Al suo risveglio stringe tra le dita l’anello di lei, e torna al pianoforte, consapevole che Eura continuerà a vivere nei suoi ricordi, nei suoi sogni e nelle sue note.
Recenze: L’esordio alla regia di Virgilio Villoresi con Orfeo è un atto di coraggio. Un film audace, visionario e difficile da incasellare, che mescola mito, suggestione e sperimentazione visiva. Villoresi si ispira da un lato al Poema a fumetti di Dino Buzzati, dall’altro al mito classico di Orfeo ed Euridice, che rilegge e modernizza con una sensibilità contemporanea. Ne risulta un’opera che unisce cinema live action, stop-motion, pellicola in 16mm e sequenze di danza, fondendo linguaggi e tecniche con sorprendente coerenza estetica.La struttura narrativa è suddivisa in capitoli (“Prima del silenzio”, “Casa”, “Il corno”), a rimarcare la natura episodica e onirica del viaggio. La storia, a tratti volutamente contorta, cede spesso il passo all’impatto visivo e sonoro: ciò che conta non è la linearità narrativa, ma l’esperienza immersiva. Orfeo è un cinema sensoriale, capace di trasportare lo spettatore in un mondo sospeso tra sogno, incubo e poesia visiva.La colonna sonora non è mero accompagnamento, ma parte integrante della narrazione: musica e immagini dialogano costantemente, amplificando la dimensione emotiva del film.Le interpretazioni di Luca Vergoni e Giulia Maenza, nei panni della coppia Orfeo–Eura, funzionano: credibili, intensi, capaci di restituire la fragilità e la forza di un amore destinato a superare la morte e a trasformarsi in memoria e arte.Un film per pochi, ma prezioso. Orfeo non è un film per tutti. Chi cerca una narrazione tradizionale potrebbe trovarlo ostico; chi invece ama il cinema d’autore e sperimentale, troverà un’opera originale e stimolante, perfetta per il contesto festivaliero.Villoresi, con il suo debutto, dimostra di avere una voce personale, coraggiosa e visionaria. Orfeo è un viaggio da vivere più con i sensi che con la logica, un film che invita a lasciarsi trasportare.
Diario di un regista di Aleksandr Sokurov
Trama: un viaggio senza approdo definitivo, un percorso che attraversa la storia della seconda metà del Novecento. Un’opera grandiosa e stratificata, una sorta di biografia spirituale dell’autore che si intreccia con i volti e gli avvenimenti di un Paese immenso e del mondo intero.
Il film si offre come un libro da sfogliare: lo spettatore legge pagine di storia, osserva immagini, ritrova echi di eventi cruciali. Cinema e letteratura si fondono in un flusso unico, che supera i confini del documentario tradizionale.
Recenze: Aleksandr Sokurov ha tenuto un diario dal 1957 al 1991, annotando con precisione eventi, epizody, disastri, conquiste e tensioni politiche. Dopo aver interrotto questa scrittura, decide di trasformarla in cinema: nasce così Diario di un regista, un’opera monumentale di 305 minuti, imponente ma sorprendentemente avvincente.
Ogni anno si apre con una breve nota scritta dal regista. Poi scorrono le immagini d’archivio della televisione sovietica: reportage in bianco e nero che celebrano i successi dei piani quinquennali, il progresso della scienza e della cultura, la collettiva felicità di operai e contadini. Filmati che esaltano il culto di Lenin e i leader di turno – Chruščëv, Brežnev, Gorbačëv – trasformandoli in icone del regime.
Sono sequenze di propaganda, ma oggi mostrano anche un altro lato: il cambiamento lento della società, le contraddizioni nascoste, le crepe che il potere tentava di coprire con parole solenni e sorrisi forzati
È altresì interessante segnalare la cura ed attenzione del regista nell’annottare terremoti, disastri aerei , incidenti nucleari verificatesi durante esperimenti compiuti da Paesi europei ed America . Infine particolari avversità climatiche. Si scopre così un lato inedito anche dell’uomo oltre che del regista.
Le date: un diario della Storia.
Sokurov riempie i suoi appunti con eventi di ogni genere. Non è possibile citarli tutti: sono centinaia, e ognuno parla a modo suo. Ecco alcuni momenti chiave:
1957 crisi ungherese .Budapest insorge chiedendo libertà, ma l’Armata Rossa soffoca la rivolta. La stampa sovietica parla di “lotta al capitalismo” e di difesa della pace, ribaltando la realtà.
1957: vittoria di Andrzej Wajda a Cannes e lancio dello Sputnik, che aprì l’era spaziale.
1958: Nobel per la letteratura a Boris Pasternak e morte di Papa Pio XII.
1960: Olimpiadi di Roma, preludio a quelle di Mosca del 1980, segnate dal boicottaggio americano dopo l’Afghanistan.
1961: Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio, orgoglio dell’URSS.
1962: crisi di Cuba, il mondo sull’orlo della guerra atomica.
1963: assassinio di John F. Kennedy, choc per l’Occidente.
1964–1969: corsa agli armamenti nucleari, test continui, prime timide moratorie. In quegli stessi anni la Cina di Mao accusa Mosca di colonialismo, rompendo l’unità socialista.
1967: morte del Che Guevara, che diventa mito rivoluzionario.
1968: Primavera di Praga. Studenti e operai chiedono riforme, i carri armati del Patto di Varsavia entrano in città. i zde, la propaganda parla di difesa dal capitalismo, mentre in realtà soffoca un popolo che voleva solo più libertà.
1970: morte di Charles De Gaulle, simbolo della Francia del dopoguerra.
1972: accordi SALT I, primo tentativo di fermare la corsa alle armi nucleari.
1979: invasione sovietica dell’Afghanistan, una guerra lunga e logorante.
1986: disastro di Černobyl’, ferita che travolge fiducia e orgoglio.
1991: dissoluzione dell’Unione Sovietica, atto finale di un impero.
Accanto a questi eventi, Sokurov non dimentica il dissenso interno: scrittori messi a tacere, artisti sorvegliati, cittadini che cercavano di vivere in silenzio una libertà interiore che il regime non poteva toccare.
Man mano che gli anni scorrono, le immagini propagandistiche si fanno più tese, come se volessero nascondere ciò che non si poteva dire. Con Gorbačëv arrivano glasnost e perestrojka: parole nuove, accolte in Occidente come segni di speranza, ma vissute in patria con paura e dubbi. v 1991 l’URSS si dissolve. Quello che resta è una Russia nuova, fragile, incerta.
Diario di un regista è un’opera difficile, certo, ma ipnotica. Dopo i primi minuti, ci si lascia trascinare: è un viaggio dentro la memoria collettiva e personale.
Il film è un’occasione unica: Sokurov ci regala un diario che diventa specchio di un impero ormai scomparso l’USSR, chiamato da Reagan “impero del male”, ma che resta fondamentale per capire il presente.
Vittorio de Agrò (RS)