#Venezia82 – 27.8/6.9 2025 SPECIALE #3 (DAY 1)

Il Focus  di   Eleonora Ono sulla 22 ma Giornate degli Autori (piattaforma WEB  di   MyMovies) Sezione autonoma a  #Venezi82

(da Venezia Luigi Noera, Vittorio De Agrò (RS) e Valentina Vignoli, con la gentile collaborazione  di   Eleonora Ono e l’apporto  di   Marina Pavido – le foto sono pubblicate per gentile concessione della Mostra  di   Venezia)

Memory un viaggio attraverso il passato della cineasta Vladlena Sandu, ma un invito universale a non dimenticare!

CONCORSO 22ma GdA

MEMORY (film d’apertura)  di    Vladlena Sandu

Sinossi: Vladlena all’età di sei anni, dopo il divorzio dei genitori, si trasferisce dalla Crimea a Grozny. È ignara che presto la guerra consumerà la sua infanzia. L’Unione Sovietica crolla, la Repubblica cecena si frammenta. I suoi amici di lingua russa sono obbligati a scappare, mentre i ceceni deportati fanno ritorno reclamando la loro patria. Le tensioni aumentano e scoppia un conflitto armato. La violenza investe la città: i vicini vengono uccisi, la sua famiglia è presa di mira e Grozny si trasforma in un campo di battaglia. Dopo quattro anni di guerra, sua madre è gravemente ferita e un attacco armato costringe Vladlena alla fuga, diventando una sfollata in Russia. In questo film ibrido, autobiografico e poetico, Sandu rivisita i suoi traumi attraverso i ricordi dell’infanzia, per rispondere a una domanda ossessionante: come si interrompe quel meccanismo circolare della violenza che plasma i bambini e si trasmette di generazione in generazione?

Recensione: La pellicola, che ha aperto il varco al Festival del Cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori, mercoledì 27 agosto 2025, ha subito conquistato il pubblico, pur mantenendo un profilo discreto, ma ricco di significato.

Infatti, già dal titolo si evince la sua rilevanza: è il viaggio nel passato di Vladlena Sandu, nata in Crimea, cresciuta in Cecenia, da anni rifugiata politica in Olanda, assiste giovanissima al crollo dell’URSS e alla prima guerra cecena. Data l’età, è una testimone singolare: per la bambina, gli eventi non sono altro che frame folgoranti, tracce emotive che schivano la trascrizione lineare degli eventi, lasciando però un marchio indelebile nella sua memoria.

La regista debutta con quest’opera a testa alta, consapevole di regalare al pubblico un vero e proprio pellegrinaggio nella sua vita privata in cui rispolvera i suoi traumi attraverso i ricordi dell’infanzia. Difatti, la rielaborazione del dolore è molto importante per la crescita emotiva di un individuo pensante, poiché riesce a fornire la conoscenza idonea necessaria per migliorarsi ed evolversi. Sembra quasi che con questo eleborato, Vladlena Sandu, punti sulla eliminazione degli schemi: come si interrompe quel modello antico e malsano che viene trasmesso dalle generazioni antecedenti al gruppo delle persone future?

Questo sarà un po’ il focus generale di tutto il Festival; anche le GdA cercheranno di puntare gli occhi sull’orrore delle guerre, sulla tragedia umanitaria in corso a Gaza e su chi si batte per la civiltà contro la barbarie, a difesa della libertà di parola e stampa.

“Il film di Vladlena Sandu” – dichiarano la direttrice artistica Gaia Furrer e il delegato generale Giorio Gosetti – “è anche un potente invito a coltivare il senso del ricordo, a esaltare il valore delle nostre radici, perché senza una riflessione sul passato, senza uno sguardo consapevole e approfondito agli avvenimenti che ci hanno preceduto, non può esistere futuro”. (n/b)


I nodi vengono sempre al pettine, è risaputo. Dunque, lo scopo di questa narrazione è comprendere la violenza del passato, cercando di approfondire cosa si nasconde sotto a quegli atti violenti che rimangono segreti. La struttura fotografica e lo stile di “Memory” è incredibilmente interessante poiché, come solo la finzione può creare, sembra che la protagonista si incontra con la  Vladlena Sandu giovane. Dopo il titolo, arriva il “Ciack” iniziale: una bambina gioca su una spiaggia, e mentre ciò accade, una voce fuori campo, femminile, adulta, si appropria dell’immagine e la colloca in Crimea.

Viene usata una camera da presa a mano ed il montaggio è ellittico, quindi sono presenti molti “salti” temporali che comprimono il tempo narrativo. Inoltre, i richiami a David Lynch sono piuttosto palesi a causa della continua astrazione ed il genere surreale rimarcato.

Tuttavia, vi è anche un riferimento creativo a “Donnie Darko” di Richard Kelly 2001 (scena all’interno di una sala cinematografica dove la protagonista era seduta vicino ad un coniglio inquietante) anche se l’animale selezionato non è un coniglio bensì un gorilla, che sembra essere di compagnia alla bambina.

I richiami a Lynch e Donnie Darko non sono solo un omaggio stilistico, ma diventano un mezzo per rendere tangibile l’esperienza sfocata e frastagliata della memoria, in cui i confini tra realtà e finzione si dissolvono, proprio come nella mente di una bambina che osserva la storia attraverso gli occhi di un adulto.

La palette cromatica verte sempre su sfumature del rosso, dal carattere incisivo, un po’ alla Stanley Kubrick. Oltre a questo, son presenti anche molte immagini in bianco e nero per definire quel souvenir al tempo passato.

In ogni modo, l’opera cinematografica è densa di momenti inquietanti e soffocanti. Gli aspetti meno convincenti potrebbero essere una retorica ridondante ed un collegamento tra passato pubblico, come le guerre, e passato privato, come l’auto biografia della regista, che non sempre si verifica chiaro all’interno del lungometraggio, dato che non si tratta – giustamente di un resoconto qualsiasi ma biografico. Vi è un voice-over di Vladlena Sandu che risulta essere piuttosto costante, poiché deve accompagnare in modo continuo il flusso del trauma. Però, è carente e monotono, senza aggiunta di picchi di potenza vocale. Dato che la tematica è forte con immagini crude, colme di riproduzioni, delle volte anche fuori luogo a causa della loro stessa descrizione, l’aggiunta di una sottolineatura vocale poteva essere maggiormente considerata.

In aggiunta, la distorsione tra passato pubblico e privato non è tanto un difetto narrativo, quanto una rappresentazione fedele della confusione emotiva che accompagna la memoria traumatica. Il film non cerca una connessione lineare, ma ci invita a entrare nella mente della regista, dove eventi collettivi e personali si sovrappongono senza soluzione di continuità.

In fin dei conti, Memory non è solo un viaggio attraverso il passato della cineasta, ma un invito universale a non dimenticare, a non permettere che la violenza del passato definisca il nostro futuro. La pellicola ci ricorda che la memoria, come il cinema, ha il potere di dare forma al nostro mondo interiore, aiutandoci a navigare nel caos dell’esperienza umana.

Eleonora Ono

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