#Venezia81 – 28.8/7.9 2024 SPECIALE #16 (DAYS 6&7)

FOCUS del giorno – VERMIGLIO di Maura Delpero scompiglia i pronostici e Lav Diaz firma il suo più bel film: Phantosmia

(da Venezia Luigi Noera e Valentina Vignoli con la gentile collaborazione di Maria Vittoria Battaglia, Vittorio De Agrò (RS) e Marina Pavido – le foto sono pubblicate per gentile concessione della Mostra di Venezia)

#VENEZIA 81

Vermiglio di Maura Delpero

Sinossi: In quattro stagioni la natura compie il suo ciclo.

Una ragazza può farsi donna. Un ventre gonfiarsi e divenire creatura.

Si può smarrire il cammino che portava sicuri a casa, si possono solcare mari verso terre sconosciute.

In quattro stagioni si può morire e rinascere.

Vermiglio racconta dell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale in una grande famiglia e di come, con l’arrivo di un soldato rifugiato, per un paradosso del destino, essa perda la pace, nel momento stesso in cui il mondo ritrova la propria.

Commento della regista

Mio padre ci ha lasciati un pomeriggio d’estate. Prima di chiuderli per sempre, ci ha guardati con occhi grandi e stupiti di bambino. L’avevo già sentito che da anziani si torna un po’ fanciulli, ma non sapevo che quelle due età potessero fondersi in un unico viso. Nei mesi a seguire è venuto a trovarmi in sogno. Era tornato nella casa della sua infanzia, a Vermiglio. Aveva sei anni e due gambette da stambecco, mi sorrideva sdentato, portava questo film sotto il braccio: quattro stagioni nella vita della sua grande famiglia. Una storia di bambini e di adulti, tra morti e parti, delusioni e rinascite, del loro tenersi stretti nelle curve della vita, e da collettività farsi individui. Di odore di legna e latte caldo nelle mattine gelate. Con la guerra lontana e sempre presente, vissuta da chi è rimasto fuori dalla grande macchina: le madri che hanno guardato il mondo da una cucina, con i neonati morti per le coperte troppo corte, le donne che si sono temute vedove, i contadini che hanno aspettato figli mai tornati, i maestri e i preti che hanno sostituito i padri. Una storia di guerra senza bombe, né grandi battaglie. Nella logica ferrea della montagna che ogni giorno ricorda all’uomo quanto sia piccolo.

Vermiglio è un paesaggio dell’anima, un “lessico famigliare” che vive dentro di me, sulla soglia dell’inconscio, un atto d’amore per mio padre, la sua famiglia e il loro piccolo paese. Attraversando un tempo personale, vuole omaggiare una memoria collettiva.

Nel cuore dell’inverno alpino, il tempo sembra sospeso. La guerra esiste, ma è altrove.

Recensione: A Vermiglio, villaggio isolato tra la neve e la pietra, la vita si consuma nel silenzio, nel gesto quotidiano, nel peso tramandato delle generazioni. Maura Delpero torna dietro la macchina da presa e firma un’opera rigorosa e intima, che incide nel paesaggio la storia di una famiglia e, con essa, l’eco di un’Italia dimenticata.

Come in Maternal, la regista preferisce raccontare per sottrazione. I dialoghi sono misurati, spesso ridotti all’osso. A parlare è il bianco lattiginoso della neve, le ombre negli interni, i volti segnati dalla vita e dalla luce. La comunità di Vermiglio prende forma in questo spazio sospeso, dove passato e presente si confondono, e dove l’arrivo inatteso di Pietro, disertore siciliano, spezza l’equilibrio apparente.

Pietro non è un eroe. È un uomo che fugge. Ma proprio nella fuga si inserisce un legame silenzioso con Lucia, la figlia dell’insegnante del villaggio. Non c’è dichiarazione, né tensione esplicita. Il loro corteggiamento è fatto di sguardi trattenuti, di attese, di passaggi minimi. Martina Scrinzi, al suo debutto, dà a Lucia una forza silenziosa e crescente. Il suo volto parla anche quando tace. La sua evoluzione è invisibile e profonda.

Delpero filma la montagna come un luogo immobile e remoto, fuori dal tempo storico. Il conflitto è accennato, non messo in scena. Gli uomini sono pochi, le donne reggono il tessuto invisibile della sopravvivenza. La madre, le sorelle, i bambini: tutto ruota attorno a una quotidianità essenziale e a un’educazione muta, costruita per assorbimento più che per opposizione.

Il racconto segue inizialmente l’intero nucleo familiare, ma stringe lentamente il campo su Lucia, sulla sua presa di coscienza, sui passi ancora incerti verso una libertà possibile. Il contrasto con le altre figure femminili è sottile, forse troppo. Ma proprio in questo limite si avverte la delicatezza della regia, che rifiuta ogni evidenza didascalica.

La fotografia è densa, quasi pittorica. La luce filtra come un segreto, amplificando la distanza emotiva tra i personaggi e lo spettatore. I sentimenti sono lì, ma trattenuti. Più suggeriti che vissuti. Questo controllo, pur ammirevole, può a tratti raffreddare la partecipazione. Eppure è proprio in questa rarefazione che Vermiglio trova la sua forma. Una malinconia senza pathos, un tempo che non scorre, ma si addensa.

Girato in dialetto, interpretato da attori professionisti e abitanti del luogo, Vermiglio respira di autenticità senza mai cedere al folclore. La regia, pur misurata, rivela una consapevolezza formale pienamente matura. Nel paesaggio immobile di un paese che sembra fuori dal Novecento, una giovane donna comincia a intuire un altrove.

Un film lento, resistente, profondamente radicato nella terra e nella memoria.

ORIZZONTI

MISTRESS DISPELLER di ELIZABETH LO Documentario

Sinossi: In Cina è emersa una nuova industria dedicata ad aiutare le coppie a restare sposate nonostante l’infedeltà. Wang Zhenxi esercita questa professione in crescita: è una “dissipa-amanti” che viene assunta per mantenere i legami del matrimonio – e interrompere le relazioni extraconiugali – con qualsiasi mezzo necessario. Offrendo un accesso sorprendentemente intimo a drammi privati che solitamente si svolgono a porte chiuse, Mistress Dispeller segue un caso reale di infedeltà in corso mentre la “maestra” Wang tenta di salvare una coppia dall’orlo della crisi. Nel seguire la loro storia le nostre simpatie si spostano tra moglie, marito e amante, per esplorare i modi in cui emozione, pragmatismo e norme culturali si scontrano nel dare forma alle relazioni sentimentali nella Cina contemporanea.

Commento della regista

Da che mi ricordi ho sempre amato i film romantici. Eppure la mia esperienza dell’amore all’interno della mia famiglia era molto diversa da quella che vedevo rappresentata nel cinema popolare. A casa mia, l’amore era legato al sacrificio, al dovere e al non detto. Come regista volevo vedere questo specifico tipo di amore attraverso la mia macchina da presa e usare una crisi di infedeltà come porta d’ingresso per scoprire come vengono espresse e vissute le emozioni nella mia cultura. Il film è ambientato nel mondo del mistress dispelling (dissipamento delle amanti), una nuova “industria dell’amore” specializzata nel porre fine alle relazioni tra persone sposate e le loro amanti extraconiugali, che è emersa in Cina solo nell’ultimo decennio (in risposta ai crescenti tassi di adulterio che aumentavano di pari passo con l’economia). Per un compenso che può partire da decine di migliaia di dollari, una mistress dispeller viene assunta in genere per due o tre mesi da una moglie per infiltrarsi nella vita di un’amante, per guadagnarsene la fiducia sotto una falsa identità e influenzarla in modo che ponga fine alla relazione di sua spontanea volontà. Il mio obiettivo era quello di creare una storia d’amore ispirata a Rashōmon che ritraesse con empatia tutti i lati di un triangolo amoroso. In un’epoca di crescente polarizzazione tra Stati Uniti e Cina, per me, in quanto cittadina di Hong Kong, era importante realizzare un documentario che colmasse questo divario anziché alienare persone e culture le une dalle altre. Indagando un’esperienza che è allo stesso tempo universalmente familiare e unicamente specifica della Cina contemporanea, spero di porre domande su cosa significhi ferire, guarire, temere la solitudine e amare nel XXI secolo.

Recensione: nelle pieghe del matrimonio, dove l’infedeltà si insinua, Mistress Dispeller trova il suo sguardo. Il documentario di Elizabeth Lo osserva, con pazienza e discrezione, una Cina in mutamento, in cui il vincolo coniugale si sgretola sotto il peso della modernità e delle sue contraddizioni.

Al centro, una figura ambigua e affascinante: Wang Zhenxi, “Maestra Wang”, laureata in psicologia, infiltrata nelle vite altrui per proteggerne la forma. Il suo compito non è smascherare, ma disinnescare. Non è la vendetta, ma la negoziazione il suo strumento. Wang viene ingaggiata dalla signora Li, moglie tradita, per porre fine a una relazione extraconiugale senza distruggere il fragile equilibrio domestico che ancora tiene insieme il suo matrimonio.

Con una calma disarmante, Wang si introduce nella vita del signor Li e della sua amante, Fei Fei. Fingendosi un’amica, poi una parente, costruisce rapporti, ascolta, suggerisce. Nessun confronto, nessuna accusa. Solo domande. In una lunga conversazione con il marito, Wang lo invita a riflettere sulle ragioni che lo hanno portato lontano da una moglie che ama ancora, anche se non sa più come. Con Fei Fei, si apre uno spazio inatteso di confidenza. Giovane, precaria, consapevolmente infelice, la donna non viene mai ritratta come antagonista.

La regia è quasi invisibile. La camera entra nelle case, nei salotti, nelle auto, e nel suo passaggio resta l’intimità intensa delle confessioni. È un’opera che privilegia l’ascolto. E che chiede, con altrettanta discrezione, di essere ascoltata.

Mistress Dispeller è anche un ritratto di classe. Di una Cina stratificata, in cui il capitale condiziona non solo le scelte di vita, ma anche quelle sentimentali. In questo senso, il documentario diventa universale: osservando una storia, interroga molte.

Non tutto è risolto. Non si approfondisce il contesto della professione – chi sono davvero le “scacciatrici di amanti”? Quali regole seguono? Quali limiti si danno? Ma forse questa omissione è coerente con la visione di Wang stessa: “Io non sono importante. Sono solo un tramite”.

Un film che ci chiede fin a che punto siamo disposti per perdere chi amiamo.

ORIZZONTI EXTRA

KING IVORY di JOHN SWAB

Sinossi: Dai civili ai criminali, dai tossicodipendenti alle forze dell’ordine e tutti gli altri, tutti i ceti sociali s’intersecano in questa denuncia di quella pandemia che è la diffusione del fentanyl. Nel gergo di strada: King Ivory. È un giorno come un altro per Layne West dell’antidroga di Tulsa, impegnato nella battaglia con la criminalità locale, che però lo tocca nel vivo quando Jack, suo figlio, diventa dipendente dal fentanyl. Insieme al collega Ty e a Beatty, loro controparte nell’FBI, West ha come unica missione quella di catturare i responsabili: Ramón Garza, che comanda il locale cartello messicano; Holt Lightfeather, Capo Guerriero della Fratellanza indiana, che controlla il traffico in tutto lo stato dal penitenziario statale dell’Oklahoma a McAlester (noto come “Big Mac”) dove sta scontando l’ergastolo; e la banda della mafia irlandese locale, guidata da George “Smiley” Greene insieme alla madre Ginger e allo zio Mickey. Come Holt insegna a West durante una visita in prigione, “I cartelli vogliono i tuoi figli, la generazione nuova, che vuole le cose nuove, e il fentanyl è una cosa nuova”.

Commento del regista

Per preparare questa sceneggiatura ho passato il tempo con tossicodipendenti, funzionari governativi, poliziotti, migranti vittime di sfruttamento, criminali, membri dei cartelli e detenuti. Il mio obiettivo era ottenere una cruda e autentica istantanea della nostra realtà attuale da tutte le prospettive. Molte delle persone coinvolte nelle mie ricerche nel frattempo sono morte, sono state deportate, incarcerate o sono ancora in libertà. Ciò che ho ricavato è stata empatia per tutti i soggetti coinvolti. I volti sconosciuti di questo film sono per lo più quelli di non attori. I ragazzi sono veri ragazzi, mai stati di fronte alla macchina da presa. I membri del cartello, delle gang, i tossicodipendenti, i prigionieri, i poliziotti, interpretano principalmente sé stessi. Non è stata questione di esibizionismo, ma di cercare di arrivare alla verità. Di evitare di fare un film. E fornire invece un’esperienza genuina a chiunque ne sia stato toccato. E se siamo fortunati, aiutare le persone a comprendere la reale portata di questo problema per poter trovare una soluzione.

Recensione: Tulsa, Oklahoma. Nuovo epicentro di una guerra vecchia. Le forze dell’ordine arrancano, le droghe cambiano forma, i cadaveri aumentano.

King Ivory vorrebbe essere un’analisi feroce dell’epidemia di fentanyl in America, è, invece il riflesso sfocato di un thriller cupo, muscolare, adrenalinico.

Layne, agente antidroga con aria da crociato e un plotone di agenti al seguito è deciso a ripulire la città, ma ignora che il suo stesso figlio Jack, adolescente ribelle, è dipendente da quel fentanyl che Layne cerca di estirpare con ogni mezzo.

Il dolore diventa personale. Ma il film non riesce a renderlo universale.

Lo scenario dove ogni cosa è già vista: gang con nomi roboanti, criminali duri ma monodimensionali, poliziotti in crisi morale. C’è la mafia irlandese, c’è la Confraternita Indiana, ci sono sparatorie, rivelazioni tardive, e soprattutto c’è un mondo che gira su se stesso, sempre uguale.

L’intenzione di denunciare il collasso sociale è evidente, ma il gesto filmico resta in superficie, troppo occupato a compiacere l’estetica dell’azione per poter scavare nei suoi protagonisti.

La regia tiene alto il ritmo, ma non trova mai lo spessore.

King Ivory sembra suggerire, qua e là, la consapevolezza di una guerra già persa. Lo dice a tratti, in frasi secche, come quella di Holt: “L’eroina è passata di moda. Ora vogliono il fentanyl.”

Ma queste intuizioni affondano presto nel rumore. Perché ogni volta che il film si avvicina a un frammento di verità, è come se avesse paura di guardarlo davvero. Preferisce tornare a ciò che conosce: la tensione, le armi, le urla, i cliché.

In definitiva, King Ivory non è privo di forza. Un film che nomina la tragedia, ma non la affronta. Che vede il dolore, ma non lo ascolta.

Fuori Concorso

PHANTOSMIA di LAV DIAZ

Sinossi: Il misterioso problema olfattivo di Hilarion Zabala è tornato. Un consulente/psichiatra sospetta che si tratti di un caso persistente di fantosmia, un odore fantasma, probabilmente causato da un trauma, una profonda frattura psicologica. Un processo radicale raccomandato per curare il disturbo prevede che Hilarion torni ad affrontare i più oscuri abissi della sua carriera militare. Riassegnato alla remota colonia penale di Pulo, deve anche fare i conti con le orribili realtà della sua situazione attuale.

Commento del regista

Gli esseri umani hanno il diritto di uccidere altri esseri umani? Gran parte della storia di Phantosmia riguarda questa linea di ragionamento e altre domande sull’esistenza dell’uomo. Uno dei principali protagonisti del film è un ufficiale militare in pensione. Per tutta la vita è stato in servizio nelle forze armate o nella polizia e la maggior parte di quelle esperienze erano gravate dalla violenza autorizzata dal sistema. Anche la sua educazione è segnata dalla violenza, a causa delle idee di suo padre su come affrontare i problemi della vita: l’uomo deve essere duro, mentalmente e fisicamente. Ricorda che ogni mattina, al risveglio, le primissime parole che sentiva erano “Sei un combattente!” e “Sei un guerriero!”; e i primissimi esercizi erano su come combattere e come usare la pistola. Dev’essere per quello che è diventato un guerriero e un vero combattente: ma uno estremamente violento, perché allora credeva che la violenza fosse un naturale attributo dell’istituzione militare e di polizia e facesse parte del suo dovere. Questo tipo di condizionamenti ha influito in profondità sulla nascita di sistemi fascisti, autoritari, feudali e barbarici.

Recensione: C’è qualcosa di diverso, di più nitido, in Phantosmia.

Eppure è un film di Lav Diaz in tutto e per tutto: il tempo dilatato, il bianco e nero profondo, i silenzi pesanti quanto le parole, i fantasmi della storia filippina che riaffiorano nella carne dei suoi personaggi. Ma c’è anche un’essenzialità nuova. Una limpidezza che non alleggerisce la densità del racconto, ma la affina.

Il protagonista, Hilarion Zabala, è un ex sergente maggiore ormai in pensione. Il volto quasi sempre nascosto da un fazzoletto – non per pudore, ma per necessità: soffre di phantosmia, un disturbo che lo fa sentire costantemente immerso in odori inesistenti, sgradevoli, come se la memoria avesse preso il sopravvento sui sensi.

Zabala è un uomo che ha visto troppo. Ha assistito a un massacro che non ha potuto (o voluto) fermare. Ha ucciso manifestanti. Ha servito lo Stato fino a diventare un’arma. Ora non resta che il vuoto. Ma invece dell’oblio, arriva una prescrizione: un medico lo invita a scrivere, a ripercorrere tutto. Così, rientra nel sistema come guardia in una colonia penale su un’isola remota.

Lì incontra Reyna, una ragazza sfruttata, incastonata in una rete di silenzi e abusi, gestita da una madre adottiva complice e da un comandante militare che si crede sovrano. Reyna non è una figura salvifica: è fragile, presente, irreparabile. Ma nella sua presenza, Zabala scorge un possibile riscatto. E lentamente, senza retorica, inizia a camminare verso una forma di redenzione.

Come spesso accade nei film di Diaz, la trama si disgrega in rivoli, deviazioni, apparizioni. Una battuta di caccia, un poeta in abiti cerimoniali, un figlio ribelle che parla solo con la chitarra. Ogni elemento ha una funzione simbolica, ma mai forzata. È il linguaggio del mito che si insinua nella realtà.

A livello formale, Phantosmia è probabilmente il lavoro più compiuto del regista. Diaz firma regia, fotografia e montaggio, mantenendo il rigore dei suoi film precedenti ma trovando qui un ritmo più controllato, più vicino alla contemplazione che alla prova di resistenza. Le immagini non cercano lo shock, ma la sedimentazione.

Il protagonista non è solo un ex militare tormentato: è un uomo che cerca di sopravvivere a ciò che è stato.

E poi c’è il tema della terapia. Non come redenzione garantita, ma come confronto con ciò che si è fatto e ciò che si è stati. In questo senso, Phantosmia non parla solo del protagonista: parla dello spettatore. Guardare un film di Diaz è sempre un atto che ci arricchisce. Ma qui, più che altrove, si ha la sensazione che ogni inquadratura sia una domanda. Sulla colpa. Sul tempo. Sul cinema stesso.

Phantosmia nella filmografia di Lav Diaz  è una sintesi  dolorosa del suo sguardo. Il suo film più umano. Il più crudele. Il più necessario.

 

Luigi Noera

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