#Vetzia81 - 28.8/7.9 2024 ESPECIAL #12 (DÍAS 4&5)

(desde Venecia Luigi Noera y Valentina Vignoli con la amable colaboración de Maria Vittoria Battaglia, Vittorio De Agrò (RS) y Marina Pavido – Las fotos son publicadas por cortesía del Festival de Cine de Venecia.)

ENFOQUE del día: Ad Orizzonti FAMILIA, opera seconda di Francesco Costabile

#VENECIA81

CAMPO DI BATTAGLIA di GIANNI AMELIO

sinopsis: Sul finire della Prima guerra mondiale, due ufficiali medici amici d’infanzia lavorano nello stesso ospedale militare, dove ogni giorno arrivano dal fronte i feriti più gravi. Molti di loro però sono impostori che si sono procurati da soli le ferite e che farebbero di tutto per non tornare a combattere.

I giovani ufficiali Stefano e Giulio affrontano in maniera diversa quello che accade intanto tra i malati: molti si aggravano misteriosamente. È possibile che qualcuno stia provocando di proposito complicazioni ai soldati affinché vengano mandati a casa, anche storpi, anche mutilati, pur di non farli tornare al campo di battaglia. Un dilemma sulla amoralità della guerra.

Revisar: Nel silenzio malato di un ospedale militare, ai margini della Prima Guerra Mondiale, si combatte un’altra guerra. Più intima, più disperata. È la guerra per non tornare al fronte.

Con Campo di battaglia, Gianni Amelio sceglie il fuori campo del conflitto: corsie sature, corpi mutilati, occhi spenti. Una storia di medici e soldati, di scelte che non salvano ma condannano diversamente.

Liberamente ispirato a La sfida di Carlo Patriarca, il film affronta temi di coscienza e sopravvivenza in uno dei momenti più oscuri della storia italiana. La narrazione si muove su un terreno fragile, interrotto, come se anche la struttura del film avesse contratto la febbre della realtà che racconta. Ma proprio da queste fenditure emerge l’umanità lacerata dei personaggi.

Al centro, Giulio e Stefano: amici d’infanzia, ora medici in guerra.

Giulio è interpretato da Alessandro Borghi, in una prova intensa e ambigua. Uomo gentile, ma determinato, sceglie di salvare vite aggirando il sistema. Di notte, trasforma la sala operatoria in un luogo d’evasione: un’iniezione per perdere la vista, un’amputazione volontaria, una sordità indotta. Ogni intervento è un gesto di pietà mascherato da crimine. Borghi restituisce un personaggio in equilibrio precario tra empatia e cinismo, dolcezza e dissimulazione.

Accanto a lui, Stefano (Gabriel Montesi) incarna la rigidità morale del dovere. Cammina deciso tra i letti, ordina il ritorno al fronte come fosse una prescrizione. Per lui, la disciplina è più forte della compassione. y sin embargo, anche Stefano non è una caricatura: è un uomo saldo, ma onesto, che crede davvero nei confini tra giusto e sbagliato.

A complicare ulteriormente la dinamica tra i due, c’è Anna (Federica Rosellini), aspirante medico e volontaria della Croce Rossa. Senza studi né risorse, ma con un’intelligenza lucida e una sensibilità trattenuta, Anna diventa il terzo polo di una tensione che è al tempo stesso politica, emotiva e silenziosamente amorosa.

L’ambiente è saturo, giallastro, quasi tossico. La fotografia restituisce un’aria densa e stagnante, dove anche la luce sembra infetta. Le voci di corridoio – sulle pratiche di Giulio, sull’arrivo dell’influenza spagnola – si diffondono come febbri silenziose, rendendo il reparto un luogo di contagio morale, prima ancora che sanitario.

Campo di battaglia è un film cupo, denso, a tratti respingente. Non cerca empatia facile, né eroismi. Mostra la guerra dove non si spara, ma si decide chi dovrà tornare a morire.

L’eco delle pandemie passate – e recenti – risuona con forza.

La paura dell’invisibile, la negazione istituzionale, la gestione del dolore collettivo: tutto ci appare, de nuevo, fin troppo vicino.

Un’opera imperfetta ma necessaria. Che interroga senza offrire consolazione che racconta la salvezza come colpa e l’etica, come un campo minato.

Nos divertimos mucho con el documental de EMIR KUSTURICA sobre el expresidente de Uruguay Pepe Mujica

FAMILIA di FRANCESCO COSTABILE

sinopsis: Luigi Celeste ha vent’anni e vive con la madre Licia e il fratello Alessandro. I tre sono uniti da un legame profondo. Sono quasi dieci anni che nessuno di loro vede Franco, compagno e padre, che ha reso l’infanzia dei due ragazzi e la giovinezza di Licia un ricordo fatto di paura e prevaricazione. Luigi vive la strada e, alla ricerca di un senso di appartenenza e di identità, si unisce a un gruppo di estrema destra dove respira ancora rabbia e sopraffazione. Un giorno Franco torna, rivuole i suoi figli, rivuole la sua famiglia, ma è un uomo che avvelena tutto ciò che tocca e rende chi ama prigioniero della sua ombra. Quella di Luigi e della sua famiglia è una storia che arriva al fondo dell’abisso per compiere un percorso di rinascita, costi quel che costi.

Commento del regista Familia è un melodramma nero, che contamina diversi linguaggi tipici del cinema di genere: dal thriller psicologico, al cinema horror fino al film a tematica sociale. In questa contaminazione c’è il desiderio di sperimentare, coinvolgere lo spettatore, andare in profondità e rendere questo racconto universale. el cine, come strumento esperienziale, ci permette di conoscere microcosmi inaccessibili, ci permette di sviscerare le emozioni, aprire la narrazione a una complessità di sguardo e di pensiero. Familia si pone questo obiettivo: raccontare la violenza, soprattutto quella psicologica; mostrarne le ferite profonde che segnano l’infanzia, per sempre.

Revisar: l’incipit prettamente sonoro dei respiri affannosi di due bambini mentre nella stanza accanto i due genitori litigano per l’ennesima volta.

Francesco Costabile i un brevissimo inizio ci preannuncia la tragedia che vedrà lo spettatore nel finale.

Basado en una historia real, Costabile nel suo secondo film affronta il tema del padre padrone con l’interpretazione del personaggio che vale un premio. L’attore Francesco Di Leva in questo ruolo esprime il meglio di se, anche se ha confessato che per lui è stato il ruolo più odiato!

ANUL NOU CARE N-A FOST (THE NEW YEAR THAT NEVER CAME) di BOGDAN MUREŞANU

sinopsis: la 20 diciembre 1989 la Romania è sull’orlo della rivoluzione. Le strade sono piene di dimostrazioni, gli studenti deridono il regime con l’arte e gli spettacoli di capodanno glorificano Ceaușescu. y sin embargo, nel disagio delle loro case senza riscaldamento, le famiglie sono alle prese con conflitti personali e con l’onnipresente polizia segreta. Sei vite apparentemente scollegate s’intersecano in modi inaspettati. Mentre le tensioni raggiungono il punto di ebollizione, le unisce un momento esplosivo che culmina nella drammatica caduta di Ceaușescu e del regime comunista.

Commento del regista Sono sempre stato interessato al concetto dell’adesso, in particolare quando riguarda un adesso storico, un singolo momento nel tempo che collega tutti a una coscienza comune. Alcuni di questi momenti sono cruciali cambiamenti di paradigma storico, come la rivoluzione rumena, che è stata forse, se non la prima, la rivoluzione con la maggiore copertura televisiva della storia. Volevo però affrontare quest’argomento dalla prospettiva microscopica delle persone comuni, piuttosto che con uno sguardo dall’alto verso il basso. Il mio obiettivo era ricreare quel momento in cui il cambiamento si è verificato senza che lo si notasse, un cambiamento che ha completamente cancellato una dittatura, aprendo la strada a dignità e libertà. Questo film offre una visione sinfonica di un evento storico che nei nostri film è stato forse rappresentato troppo spesso attraverso un’unica lente.

Revisar: Rumania, diciembre 1989. Il regime di Nicolae Ceausescu sta crollando. Ma Bucarest è ancora immersa nel silenzio. La paura si respira nei corridoi, tra le strade, dentro le case. L’aria è greve, ma la fine si avvicina.

Con il suo debutto nel lungometraggio, Bogdan Mureşanu sceglie di raccontare questo momento sospeso non con il fragore della Storia, ma con i dettagli minimi di sei vite che si sfiorano. Il risultato è un’opera sottile, audace, attraversata da un’ironia nervosa e da una malinconia controllata.

Girato in formato 4:3, l’inquadratura ristretta incarna l’oppressione di un’intera nazione, la sensazione di essere osservati, compressi, vigilati. Anche i colori parlano: grigi, verdi slavati, luci stanche.

los personajes, inizialmente distanti, vengono legati da piccoli eventi: un trasloco, una telefonata, una rappresentazione teatrale, una scritta su un muro. Gelu è un operaio obbediente, incaricato di aiutare Margareta, una donna che ha perso la casa. Suo figlio, Ionut, è un agente della Securitate che indaga su scritte sovversive. Laurentiu, studente con sogni di fuga, è osservato per aver preso parte a una satira. Suo padre dirige una trasmissione televisiva di Capodanno che deve essere censurata in fretta. Florina, attrice teatrale, è chiamata in extremis per sostituire la protagonista “politicamente compromessa”, ma il suo cuore è altrove: a Timișoara, tra le prime scintille della rivoluzione.

Negli ultimi venti minuti, sulle note pulsanti del Bolero di Ravel, tutto si salda. Le immagini d’archivio si fondono con la fiction. Le vite ordinarie si aprono alla Storia. Il crescendo è musicale, visivo, emotivo. Non c’è enfasi retorica, solo la vertigine del presente che diventa passato.

Un’opera che ricorda come la libertà, spesso, arrivi senza avvisare.

Es eso, anche nel cuore della paura, c’è sempre qualcuno pronto a non avere più paura.

ORIZZONTI EXTRA

LE MOHICAN di FRÉDÉRIC FARRUCCI

sinopsis: Joseph, uno degli ultimi pastori di capre sulla costa della Corsica, riceve la visita della mafia. Vogliono la sua terra. Nonostante le pressioni, lui dice di no, non si muoverà. Dopo aver involontariamente ucciso l’uomo mandato a intimidirlo, diventa vittima di una spietata caccia all’uomo che si svolge dalle estremità meridionali a quelle settentrionali della Corsica, in piena estate. Con il passare dei giorni la leggenda di Joseph si diffonde in tutta l’isola grazie alla nipote Vannina, diventando simbolo di una resistenza prima ritenuta impossibile.

Commento del regista: Joseph viene braccato perché dice di no. No alla speculazione, no alla cementificazione delle coste, no alla mafia. Non agisce per coraggio o per prendere una posizione politica. Agisce per istinto di sopravvivenza, per dare al suo territorio e alla sua identità un po’ più di tempo. È l’ultimo dei Mohicani. In un mondo dominato dagli interessi economici, il suo destino è prevedibile: è destinato a scomparire e a essere rapidamente dimenticato. A meno che, por supuesto, la sua resistenza non lo trasformi in leggenda.

Revisar: Un uomo cammina, lento, tra le spine e le rocce di un’isola che non riconosce più. Dietro di lui, la polvere della fuga. Davanti, un mito che nasce.

Con Le Mohican, Frédéric Farrucci costruisce un racconto teso e radicato, che è insieme fuga, denuncia e ballata.

Il volto al centro è quello di Joseph, pastore di capre, ultimo testardo guardiano di una terra che si vende al miglior offerente.

La Corsica che attraversa è doppia. Quella dei vecchi, dei pastori, delle mani callose. E quella delle piscine a sfioro, delle case vacanza, della promessa immobile del sogno borghese. Farrucci filma il contrasto senza didascalie: i corpi raccontano tutto. Così come lo fa il paesaggio, duro e bellissimo, che diventa rifugio e trappola insieme.

Nel suo vagare, Joseph diventa leggenda. Senza volerlo, senza saperlo. La nipote Vannina, tornata da Parigi, lo trasforma nel “Mohicano” — un Che Guevara corso che si diffonde via social, manifesto dopo manifesto, canzone dopo canzone. La rete ingigantisce il gesto. Lo trasforma in simbolo. Ma chi è davvero Joseph? Un ribelle? Un martire? Un uomo solo?

Le Mohican evita le risposte. Preferisce i silenzi, le crepe. Non rincorre la retorica del western moderno, pur evocandola nei ritmi e nelle pose. Non c’è enfasi, né nostalgia. Solo rabbia e malinconia. Una malinconia aspra, come il latte di capra, come la polvere sotto i sandali.

La regia asciutta, l’uso calibrato della musica — tra rock e atmosfere sospese —, il montaggio che segue i respiri e non l’azione, fanno di questo film un oggetto compatto, bruciante. Un gesto cinematografico di precisione politica e affetto locale.

È un film sull’identità, sull’appartenenza, sulla resistenza. Ma anche sulla finzione che ci serve per credere, per sperare.

 

COMPETENCIA

PAUL & PAULETTE TAKE A BATH di Jethro Massey

Un incontro. Una regola. Un limite che si sgretola.

A Parigi, città di fantasmi e passioni fugaci, Paul, fotografo americano in cerca di senso, conosce Paulette, donna enigmatica che rincorre la memoria nei luoghi della morte. Juntos, mettono in scena frammenti di storia e tentativi d’amore.

Jeremie Galiana è un Paul trattenuto, quasi timoroso della donna che ha di fronte. Marie Benati, nella parte di Paulette, danza sul confine tra attrazione e fuga, regalando al personaggio un’intensità fragile e inquieta. La chimica tra i due è delicata, mai ostentata.

Massey gioca con l’ironia e con l’ombra, accarezzando l’idea del macabro senza mai affondare davvero. Un appartamento abitato un tempo da Hitler e Eva Braun diventa il pretesto per una scena spiazzante, ma il film si ritrae, lasciando spazio a ciò che davvero conta: il legame tra due persone che si cercano, pur sapendo che potrebbero non trovarsi mai.

Una storia intima, in bilico tra amore e rievocazione.

Una carezza che, a veces, punge.

Luigi Noera

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