SPECIALE #VENEZIA78 #13 – 1/11SETTEMBRE 2021: (DAYS 6&7)

(da Venezia Luigi Noera con la gentile collaborazione di Marina Pavido e Annamaria Stramondo e dalla sala WEB Maria Vittoria Battaglia – Le foto sono pubblicate per gentile concessione della Biennale)

Mario Martone in una vesta gioiosa della sua Napoli è messo a confronto con la guerra non dichiarata del Donbass e al film divisiso sulla libertà d’aborto

#VE78 CONCORSO

Iniziamo appunto dal film più diviso che finora abbiamo visionato. Si tratta di un adattamento di un romanzo. L’ÉVÉNEMENT di AUDREY DIWAN – Ultimo anno del liceo dove la protagonista è una brillante studentessa che aspira a proseguire gli studi. Tutti sono concentrati sull’incognita degli esami finali, ma Anne rimane incinta.  Nel periodo in cui si svolge l’aborto in Francia questo non era ancora legalizzato e pertanto la giovinetta si trova ad affrontare una scelta dolorosa: abortire. Dal punto di vista umano, anzi fisico, anzi femminile la messa in scena è perfetta e diremmo agghiacciante. Le pratiche illegali di quegli anni non vanno tanto per il sottile e come al solito il filo conduttore è il denaro. Ora al di là di ogni convinzione avere una legge che regolamenta tale materia è evidente che sia necessaria, ma concentrare tutto su una scelta che è di morte ci sembra sbilanciato.  E’ pur vero che si tratta di un adattamento da un opera scritta, ma ciò non toglie la scelta fatta dall’autore che può anche non piacere. Siamo sicuri che avrà il suo successo per la materia fortemente divisiva che tratta. Diremmo che è un pugno nello stomaco! Ma ascoltiamo la spiegazione della scelta di campo fatta dal regista: Qual è il destino di una giovane donna che si misura con un aborto clandestino? Spesso, possiamo solo cercare di indovinare la risposta. Quando ho deciso di realizzare l’adattamento di L’événement di Annie Ernaux, ho cercato di trovare il modo per catturare la natura fisica dell’esperienza, di tenere conto della dimensione corporea del percorso. La mia speranza è che l’esperienza trascenda il contesto temporale della storia e le barriere di genere. Il destino delle giovani che hanno dovuto ricorrere a questo tipo di operazioni è rischioso, insopportabile. Tutto quello che ho fatto è stato cercare la semplicità dei gesti, l’essenza che potesse veicolarlo.

Con lo spirito indagatore del documentarista è il film QUI RIDO IO di MARIO MARTONE. La dinastia degli artisti napoletani della commedia comica napoletana degli inizi del Novecento con il capostipite Edoardo Scarpetta. Con tale premessa ne viene fuori una saga per rimettere al posto giusto Edoardo Scarpetta che è il simbolo napoletano dopo Pulcinella e prima del grande Edoardo De Filippo di suo fratello e di sua sorella in realtà figli non riconosciuti di Scarpetta. Nella pellicola sono la dovizia di particolari dove nulla è lasciato al caso nei minimi dettagli. Mario Martone mette un ipoteca sul Leone D’Oro! Ci ha colpito l’episodio della causa intentata contro il sommo Vate Gabriele D’annunzio che in qualche modo redime il lato di despota di Edoardo Scarpetta. Ma ecco dalla voce di Mario Martone la genesi di questo capolavoro: Per tutta la vita il grande Eduardo De Filippo non volle mai parlare di Scarpetta come padre ma solo come autore teatrale. Quando suo fratello Peppino lo ritrasse spietatamente in un libro autobiografico, Eduardo gli levò il saluto per sempre. Venne intervistato poco tempo prima di morire da un amico scrittore: “Ormai siamo vecchi, è il momento di poterne parlare: Scarpetta era un padre severo o un padre cattivo?”. La risposta fu ancora sempre e solo questa: “Era un grande attore”. Qui rido io è l’immaginario romanzo di Eduardo Scarpetta e della sua tribù.

Anche quest’anno un film sull’Ucraina per ricordarci quanta violenza ci sia alle porte dell’Europa. Si tratta di VIDBLYSK (REFLECTION) di VALENTYN VASYANOVYCH. Siamo appunto in Ucraina nel 2014 dove le regioni orientali filorusse sono spazzate dalla violenza della guerra. L’incipit è molto chiaro in una palestra giovani si addestrano all’arte guerriera colpendosi con mitragliette giocattolo. La storia ci racconta di un giovane chirurgo ucraino che decide di arruolarsi ed andare al fronte. Viene catturato dai ribelli filorusi e subisce tante violenze con la denuncia esplicita del mancato rispetto della convenzione di Ginevra. Il film è molto crudo e denuncia come le prove vengano distrutte. I corpi dei torturati vengono cremati in un forno posizionato dentro un camion dove campeggia in bella mostra la dicitura “Aiuti Umanitari”. E’ a questo servizio che il chirurgo viene destinato e si salva dalla morte certa e dal tentato suicidio. Sono questi gli orrori della guerra che abbiamo alle porte d’Europa. In questo contesto nasce una nuova consapevolezza e pietas nel protagonista che lo porta a salvare la salma di Andrej compagno dell’ex moglie, anche lui catturato e ucciso sotto tortura ed aiutare questa nel triste compito del riconoscimento. Il dottore dopo essere stato scambiato con altri prigionieri torna alla vita normale, ma la sua consapevolezza sui valori della vita hanno avuto potremmo dire una conversione. La genesi dell’opera si spiega con le parole del regista che commenta: “Ho iniziato a lavorare a questa storia ispirato da un piccione che si è schiantato contro la nostra finestra, mentre volava ad alta velocità, lasciando un segno allo stesso tempo bello e orrendo. Mia figlia di dieci anni ha visto tutto: l’impronta precisa delle ali, la traccia di sangue lasciata dall’impatto della testa, le piume attaccate al vetro. Nei giorni successivi, eravamo turbati da quanto era successo. Le sue preoccupazioni, domande, attese di risurrezione miracolosa, la negazione dell’irreversibilità di questo evento e i tentativi di comprendere la morte dal punto di vista infantile mi hanno spinto a scrivere una storia sulla relazione tra un padre e una figlia addolorati per la morte di una persona amata. La morte di uno dei personaggi è connessa alla guerra che infuria nell’Ucraina orientale. Mettendo in relazione l’agiata vita quotidiana nella capitale e la realtà mortale della guerra, si crea un contesto molto intenso per questa storia sulle paure dei bambini e il loro primo incontro con la morte, e si evidenzia l’impotenza degli adulti. È una storia sulla presa di coscienza da parte di un bambino del fatto che la vita umana è limitata. È anche una storia sulle responsabilità degli adulti nei confronti delle persone amate, di sé stessi e del mondo in cui esprimono il proprio potenziale. La bambina e l’adulto si aiuteranno a vicenda a comprendere questo mondo bello e crudele, così simile al segno lasciato dal piccione sul vetro.

Altro film di denuncia è LA CAJA di LORENZO VIGAS (RECENSIONE) Ascoltiamo anche le parole del regista:

“In Messico e nel resto dell’America Latina esiste una quantità incalcolabile di famiglie smembrate, per le quali l’assenza della figura paterna è una realtà considerata ormai normale. Molti giovani crescono forgiati da questa assenza. Tale questione, fondamentale per definire la personalità di ogni individuo, mi ha particolarmente interessato come regista. Anche l’identità del nostro continente è collegata a questa realtà. Non è un caso infatti che in America Latina fenomeni come il peronismo o il chavismo abbiano lasciato un segno sociale, politico e umano così profondo: la figura del leader ha finito per riempire, da un punto di vista psicologico, quel vuoto, quel bisogno, rappresentando quel padre che non è mai stato presente in famiglia e di cui noi siamo alla disperata ricerca. La Caja è l’ultimo capitolo di una trilogia che ho dedicato alla paternità in America Latina. La prima parte, il corto Los elefantes nunca olvidan, è stato il seme che ha poi prodotto il secondo capitolo, il mio lungometraggio d’esordio Desde allá.”

#VENEZIA78 –ORIZZONTI

PU BU (THE FALLS) di CHUNG MONG-HONG un film che prende spunto dalla situazione attuale della pandemia e come i rapporti già complicati tra una madre e la figlia aumentino fino a toccare il cosidetto “fondo” in una appunto “caduta”. Film di formazione del cineasta orientale che utilizza alcuni elementi alla base dei rapporti familiari: l’abbandono, la mancanza di fiducia etc. Quando tutto sembra per risolversi con un Happy end però succede qualcosa. Se caso mai il film venisse distribuito in Italia lo scoprirete. Accontentiamoci del commento del regista: Il 2020 è stato un anno indimenticabile per tutto il mondo. La minaccia della pandemia di Covid-19 ci ha costretto a indossare mascherine, e per questo motivo molti hanno cambiato modo di vivere, addirittura perso i loro cari. Le misure di distanziamento sociale, inoltre, inducono a perdere la fiducia negli altri. Il film intende soffermarsi proprio sul senso di fiducia.

Dalla Cambogia un film intimo ma nello stesso tempo che descrive la situazione in quel paese: BODENG SAR (WHITE BUILDING) di KAVICH NEANG (RECENSIONE) Ma ecco cosa ci racconta di questo paese a noi lontano il regista: “Se Phnom Penh sembra cambiare giorno dopo giorno, i nostri ricordi rimangono. Lo sfratto dallo storico White Building, subito dalla mia famiglia nel 2017, ha permesso la costruzione di un nuovo casinò: come la generazione dei miei genitori ha sofferto per il travagliato passato della Cambogia, così la mia generazione porta con sé i traumi del presente. I giovani come Samnang, protagonista del mio film, sognano qualcosa di meglio in una nuova Cambogia. Le decisioni più importanti però non dipendono ancora da loro, e genitori come quelli del mio protagonista rimangono testardamente legati alla tradizione. Il film però mi ha dato di nuovo la possibilità di immaginare. La finzione libera Samnang dalla strada percorsa da me: lui si sveglia da un lungo sonno, rievoca il passato ma progetta il proprio futuro.”

Sempre in tema di luoghi a noi lontani ci viene in aiuto EL GRAN MOVIMIENTO di KIRO RUSSO (RECENSIONE) E’ utile il commento dell’autore: “La Paz è la capitale meno occidentale d’America. Situata a oltre 3600 metri d’altitudine, la città si distende come un mare di mattoni, pietre e calcestruzzo nei canyon che precedono l’altipiano. Volevo girare un film su La Paz con personaggi che potessero fornire un particolare punto di vista sulla città. Ho trovato questi personaggi in Elder, un giovane minatore, e in Max, un senzatetto, le cui insolite posizioni nella società mi hanno dato la possibilità di osservare la città nel suo insieme e di vederne i sistemi, le architetture e i cambiamenti. Ispirandomi liberamente alle loro vite, ho creato questa storia di malattia e cura che ci porta nel cuore del tessuto sociale della città, rivelando le vite degli invisibili.”

Per la selezione #VENEZIA78 –ORIZZONTI EXTRA trovate in articolo a parte cosa ne pensa Maria Vittoria Battaglia:

MA NUIT di ANTOINETTE BOULAT  (RECENSIONE)

 

7 PRISIONEIROS di ALEXANDRE MORATTO  (RECENSIONE)

 

 

#VENEZIA78 FUORI CONCORSO – FICTION

LA SCUOLA CATTOLICA di STEFANO MORDINI

Il titolo è accattivante per il grande publico, ma ci sembra fuorviante e costruito su una verità precostituita, se poi aggiungiamo che nella sostanza la costruzione della messa in scena, le motivazioni raccontate che hanno portato negli anni 70 alla strage del Circeo, ma anche il lato recitativo degli attori è molto debole e non viene fatta giustizia invece dei terribili eventi che ne derivarono alle due ragazzine delle quali quella sopravvissuta con tanti fantasmi nel subconscio si tolse dopo anni la vita.

Invece è interessante il western con risvolti da thriller che quindi ibrida i due generi in un sapiente miscuglio a firma di POTSY PONCIROLI che così commenta il suo OLD HENRY: “Amo i western da quando ero bambino. L’assenza di legge dell’inquieto e selvaggio West è stata idealizzata, dando vita per generazioni a storie di personaggi emblematici, di eroi e di cattivi. Alla base, il bene contro il male. È una storia che ho finalmente potuto raccontare con Old Henry. Si tratta di un “microwestern”, come dice Tim Blake Nelson. Un racconto minore, semplice, ambientato in un tempo alternativo in cui un autentico personaggio storico vive in un mondo fittizio. In fondo, è una storia su un padre e un figlio. Nessuno vuole che il proprio figlio cresca ripetendo i suoi stessi errori. Li proteggiamo e facciamo del nostro meglio per proteggerli dagli errori del nostro passato. È una storia di redenzione e perdono. Racconta come si lasciano andare via i figli sperando di averli cresciuti in modo che sappiano distinguere la ragione dal torto. È una storia fatta di tutto questo… oltre a qualche fantastica sparatoria.”

Infine per #VENEZIA78 FUORI CONCORSO – NON FICTION

LIFE OF CRIME 1984-2020 di JON ALPERT è un documentario che è stato girato in oltre trent’anni e racconta il percorso di tre tossicodipendenti alle prese con laloro malattia in un vero e proprio reality poliziesco. Come in tutti i documentari del genere la tecnica usata è quella di seguire ed immergere lo spettatore nella vita dei protagonisti E’ una vita cruenta, anzi è una guerra e come dice l’autore “Le vittime causate dalla nostra inutile guerra alle droghe sono state più di quelle prodotte da tutte le guerre messe insieme. I tre eroi di questo film erano miei amici, e hanno pagato con la vita i nostri fallimenti.”

Infine le impressioni di Maria Vittoria Battaglia sui seguenti film passati alla 18ma Giornate degli AUTORI in CONCORSO

AL GARIB (THE STRANGER) di Ameer Fakher Eldin (RECENSIONE)

 

 

 

 

ANATOMIA (ANATOMY) di Ola Jankowska (RECENSIONE)

 

 

 

DESERTO PARTICULAR di Aly Muritiba(RECENSIONE)

 

 

 

 

MIZRAHIM, LES OUBLIÉS DE LA TERRE PROMISE di Michale Boganim (RECENSIONE)

Lascia un commento

Top