sette storie diverse accomunate dal mistero che le circonda, ma la sceneggiatura non supera l’esame finale
(Roma Luigi Noera con la amable colaboración de Marino miedo- Las fotos se publican con el permiso del Festival de Cine de Roma)
Presentato in anteprima – all’interno della Selección oficial – alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, 7 Extraños en El Royale è l’ultimo lavoro del regista statunitense di Drew Godard, già apprezzato per Quella Casa nel Bosco.
Un hotel a cavallo tra la California e il Nevada. Un consierge timido e insicuro, dipendente dall’eroina. E poi, uno dopo l’altro, un arrogante agente segreto, un prete, una cantante blues e una nevrotica hippy. Fin dai primi minuti si respira tensione. Molta tensione. Una tensione che sta tanto a presagire l’imminente scoppio di una bomba. E la bomba, de hecho, non tarderà a scoppiare.
Con evidenti rimandi al cinema di Tarantino, di Hitchcock e – perché no? – anche di Sergio Leone, questo suo ultimo lungometraggio, seppur qualitativamente inferiore alla sopracitata opera prima, di fatto non ha deluso le aspettative. La historia puesta en escena, por lo tanto, è molto più complessa e intricata di quanto si possa pensare. Pian piano, pero, tutto torna, quasi a formare, come tanti pezzi di un puzzle, un unico quadro, senza lasciare alcun elemento in sospeso, ma curando ogni cosa sin nel minimo dettaglio. Ad arricchire il tutto, una regia pulita, sapiente e che sta a giocare spesso con immagini simmetriche e riflessi: finti equilibri sul punto di disintegrarsi e false verità a cui ogni personaggio, de vez en cuando, è portato a credere.
qué, immediatamente dopo la visione di un prodotto come 7 Extraños en El Royale salta agli occhi è soprattutto il fatto che lo stesso Goddard pare si sia divertito parecchio nel realizzare il presente lavoro, giocando sapientemente con lo spettatore e le sue suggestioni e lavorando soprattutto di montaggio. Película, su, dai toni pulp che sì prende a esempio quanto già realizzato in passato, pero que, al mismo tiempo, riesce ad assumere un’identità tutta sua, classificandosi più come omaggio ai cineasti sopracitati che come risultato di diverse suggestioni dal passato. y esto, di certo, non è poco.

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