SPECIALE 69ma #BERLINALE #8 – 7/17 FEBBRAIO 2019: (DAY 6 )

(da Berlino Luigi Noera con la gentile collaborazione di Marina Pavido- Le foto sono pubblicate per gentile concessione della Berlinale)

Claudio Giovannesi e Roberto Saviano mandano in delirio il Berlinale Palast

Tra i film dei magnifici 6 (italiani) è quello più atteso perché in CONCORSO. E così oggi si è consumata la stand ovation per chi non è tanto amato in Italia. La paranza dei bambini (Piranhas) di Claudio Giovannesi ha fatto il pieno anche alla proiezione stampa. Il regista ha tenuto a precisare che si tratta di un film sulla gioventù e non su Napoli. Una gioventù che come è logico ama giocare, ma in questo caso è un gioco più grande di loro da cui non possono scappare. Saviano ha precisato che questi bambini sono ammaliati dalle pistole come se fossero dei giocattoli e la loro vita si consuma se va bene fino ad arrivare ai venti anni. Siamo tornati indietro al medio evo quando la vita era molto breve e questi bambini sono consapevoli della brevità, ma anche sanno amare. Per esempio alle loro “donne” ripetono all’infinito “amor”. Come per le sceneggiature non originali si è portati a fare paragoni con il libro da cui è tratto, ma poiché la sceneggiatura è stata scritta a sei mani non è possibile. Claudio Giovannesi si conferma un grande regista dopo gli altri due film Alì  ha gli occhi azzurri e Fiore per citare quelli più noti, ma non dimentichiamo le sue origini documentaristiche  con WOLF, storia amara sulle colpe dei padri che ricadono sui figli che abbiamo tanto apprezzato al Maxxi qualche anno fa, prima che esordisse con Alì ha gli occhi azzurri. Già in questo intimo doc si intravedeva il talento registico pure sperimentato in Fratelli d’Italia.

Dalla Germania Angela Schanelec Ich war zuhause, aber (I Was at Home, But) ci presenta un film allegorico con metafore difficili da digerire. Un film introverso dove i suoni sono assenti come una difficoltà a comunicare da parte dell’autrice. Un film d’autore a cui la Berlinale si aggrappa non si sa per quale inspiegabile attrazioneCerto nei grandi Festival l’avanguardia artistica ha il suo peso, ma questo è troppo.

FUORI CONCORSO André Téchiné ha scelto la grande Catherine Deneuve per rappresentare il dramma della incomunicabilità tra due generazioni distanti fra loro. Se poi si tratta della nonna e del nipote le cose si complicano come in L’adieu à la nuit doe viene trattato con sapienza ma non al passo con i tempi la questione degli arruolamenti all’ISIS ormai in decomposizione.

Breve incursione deludente alla Berlinale Series im Zoo Palast che da tre anni ha preso una propria strada. Abbiamo visto il pilot di M – Eine Stadt sucht einen Mörder (M – A City Hunts a Murderer) Regia di David Schalko affronta il noir in una serie senza troppi colpi di scena. Riferimenti al grande cinema dei Clown assassini come IT. In una coppia senza più risorse emotive ne fa le spese la piccola figlia che si avventura come Cappuccetto Rosso nella “foresta” dell’abitat cittadino dove uno sconosciuto fotografa qualcosa di nascosto all’occhio del pubblico in sala. E la efficiente Polizia annaspa nel buio delle indagini.

photograph by Agatha A. Nitecka

Anche nelle altre sezioni autonome delusione sia in Panorama dove la giovane inglese Joanna Hogg fa sfoggio di una storia autobiografica inerente il cinema e come può influenzare la vita. Il titolo enigmatico è The Souvenir e ci descrive il rapporto tra la giovane autrice ed un uomo che è prigioniero delle droghe e le conseguenze che ne derivano per l’autrice. Anche a FORUM un film doc autobiografico della bulgara Sofia Bohdanowicz e Deragh Campbell  che con MS Slavic 7 descrivono una sorta di ricerca bibliografica di slavistica sugli antenati dell’autrice bulgara. Pochino per un festival di ampio respiro come la Berlinale.

Invece nella sezione Generation 14plus ci siamo imbattuti in qualcosa che merita di vincere. Si tratta di Hölmö nuori sydän (Stupid Young Heart) di Selma Vilhunen, dove gli ingredienti per un bel film ci sono tutti. Lo sfigato e la bellissima. Una gravidanza di lei sofferta e la immaturità di lui. Le tentazioni dei giovani a immedesimarsi nei Naziskin e tanto altro per descrivere il disfacimento di una opulenta società finlandese. Peccato per il finale che la regia forzatamente incanala sul lieto fine.

Intanto ecco la classifica della rivista SCREEN al giro di boa:

  1. Öndög di Wang Quan’an
  2. Gospod postoi, imeto i’ e Petrunija (God Exists, Her Name is Petrunya) di Teona Strugar Mitevska
  3. Répertoire des villes disparues (Ghost Town Anthology) di Denis Côté
  4. Grâce à Dieu (By the Grace of God/Gelobt sei Gott) di François Ozon
  5. Der Boden unter den Füßen (The Ground Beneath My Feet) di Marie Kreutzer
  6. Systemsprenger (System Crasher) di Nora Fingscheidt
  7. Der Goldene Handschuh (The Golden Glove) di Fatih Akin
  8. Ut og stjæle hester (Out Stealing Horses) di Hans Petter Moland
  9. Jones di Agnieszka Holland
  10. The Kindness of Strangers di Lone Scherfig

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