Con La Guerra del Maiale, David Maria Putorti ci consegna l’irriducibile contrasto fra generazioni con il coraggio di esordiente

Nelle sale italiane dal 28 giugno, La Guerra del Maiale è il primo lungometraggio di David Maria Putortì, tratto dal romanzo Diario de la Guerra del Cerdo di Adolfo Bioy Casares.

Isidoro è ufficialmente entrato nella terza età. Non lavora e vive a casa di suo figlio, che è avvocato e continua a trattarlo in malo modo. Ogni giorno è solito incontrarsi con i suoi amici per giocare a carte. Le giornate sembrano scorrere tranquille fino a quando, tramite un canale online, ci si inizierà a scagliare contro gli anziani, visti sempre più come un peso per la società. Le cose degenereranno al punto da scatenare una vera e propria guerriglia urbana.

Una situazione paradossale che ha anche del grottesco e si scaglia contro un sistema all’interno del quale l’essere umano non sembra più essere considerato tale e dove i giovani, a causa del mancato ricambio generazionale sui posti di lavoro, fanno sempre più fatica a trovare degli impieghi.

Fatta eccezione per qualche incongruenza dal punto di vista della sceneggiatura, La Guerra del Maiale si contraddistingue principalmente per la messa in scena surreal-grottesca (non dimentichiamo che Putortì è stato per anni aiuto regia del grande Marco Ferreri). Una scelta indubbiamente coraggiosa, questa. Coraggiosa, ma anche incredibilmente difficile da gestire. Ed ecco che i primi piani esageratamente marcati, così come la recitazione a tratti straniante di alcuni personaggi in particolare, non sempre convincono. Peccato. Soprattutto perché con questa sua opera prima – coproduzione italo-argentina – Putortì ha dimostrato di non aver paura di osare e di volersi, in qualche modo, “liberare” dai canoni all’interno dei quali troppo spesso viene racchiuso il cinema italiano contemporaneo.

Ben venga, dunque, quando ci sono registi che hanno voglia di sperimentare e di sperimentarsi. Stiamo a vedere quale strada prenderà la cinematografia di questo nuovo nome del cinema nostrano.

Marina Pavido

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