MAKALA di Emmanuel Gras, vincitore alla Semaine de la Critique di Cannes 2017, presentato al Rendez-vous 2018

Il confine tra cinema del reale e cinema di finzione è, spesso e volentieri, molto più sottile di quanto si possa immaginare. Il difficile, talvolta, sta proprio nel non abbandonare mai tale confine, camminando su di esso quasi a mo’ di funambolo. E quando tale esperimento riesce, i risultati possono essere davvero sorprendenti. Ne sa di certo qualcosa il documentarista francese Emmanuel Gras, il quale ha sorpreso sia pubblico che critica presentando al Festival di Cannes 2017 il suo Makala (peraltro vincitore all’interno della Semaine de la Critique), a sua volta presentato in anteprima italiana al Rendez-vous del Nuovo Cinema Francese 2018.

 

Documentario? Film a soggetto? Ad una prima visione, senza informarsi circa la realizzazione stessa, Makala sembrerebbe a tutti gli effetti un lungometraggio di finzione che ci narra la storia del giovane Kabwita, il quale vive in un piccolo villaggio del Congo insieme alla moglie Lydie e alla figlioletta di pochi mesi. l’uomo, al fine di mantenere la famiglia, è solito ricavare del carbone in seguito all’abbattimento di grandi alberi, per poi venderlo al mercato in una cittadina a circa cinquanta chilometri da dove vive. Ma quanta fatica comporta produrre il tanto prezioso materiale e, soprattutto, recarsi in città disponendo soltanto di una vecchia bicicletta carica, per l’occasione, di pesanti buste contenenti, appunto, il suddetto carbone? Tra giorni e tre notti  della vita di Kabwita ci vengono raccontati così, con una macchina da presa che, con fare zavattiniano, non fa che seguire fedelmente il giovane protagonista, al fine di far entrare anche noi all’interno del suo mondo e della sua quotidianità.

Un documentario, dunque, questo di Emmanuel Gras, in cui ci viene mostrata la Vita così com’è, senza filtri o influenze registiche alcune. Il cineasta, dal canto suo, resta sempre a fianco di Kabwita, senza, tuttavia, far percepire in alcun modo la propria presenza, né al protagonista, né, tantomeno, al pubblico. Ed ecco che, con una fotografia dai toni caldi e nitidi e un sound design curatissimo, vediamo dapprima il ragazzo accingersi ad abbattere un grosso albero, per poi tagliarlo in pezzi sempre più piccoli, fino a ricavarne del carbone, il tanto prezioso Makala, appunto.

Il momento clou di tutto questo importante lavoro di Gras sta, tuttavia, nelle scene in cui vediamo il giovane intraprendere il lungo e pericoloso viaggio alla volta della città: nel vedere l’uomo spingere a fatica la bicicletta stracarica di carbone e, soprattutto, nell’assistere ai numerosi contrattempi che si verificano durante il tragitto (primo fra tutti: il momento in cui una macchina fa cadere la suddetta bicicletta, danneggiando anche alcuni sacchi), lo spettatore soffre insieme al protagonista stesso, diventando a tutti gli effetti parte integrante dell’intero documentario, seguendo, rapito, le vicende del ragazzo e liberandosi, finalmente, da ogni angoscia durante la scena finale, in cui vediamo Kabwita – prima di incamminarsi nuovamente verso casa – unirsi a un gruppo di fedeli e aggregarsi a loro nel cantare coinvolgenti preghiere al Signore.

Un lavoro, questo di Emmanuel Gras, pregno di pathos e spiritualità, nonché un perfetto manuale di cinema del reale come non se ne vedono molti in giro. La Vita che si fa Cinema, il Cinema che si fa Vita, dunque. Una delle tante, possibili declinazioni della Settima Arte, la quale, ancora una volta, è riuscita a stupirci e a “rapirci”, facendoci diventare parte di un mondo del quale, fino a pochi minuti prima della visione, non conoscevamo praticamente nulla.

Marina Pavido

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